No alla politica “fai da te”

Di Giorgio Alessandri

Giornalisti e politici hanno in comune due cose: sono visti con sospetto, in alcuni casi detestati, continuamente sotto la lente di ingrandimento di un’opinione pubblica sempre più spietata e ansiosa di metterli alla gogna. Eppure, pur trattandosi di nobili professioni, che incidono sulla quotidianità collettiva, moltissimi si sentono in diritto non tanto di giudicarle, e ci mancherebbe, ma di dileggiarle e offenderle perché è ormai convinzione comune che tutti possano esercitarle. Se sia realmente così è una delle domande a cui proverò a rispondere in queste poche righe. Sono un giornalista in prestito alla politica, pur non avendo mai avuto una tessera di partito e che con essa mi confronto da qualche anno. “La solita difesa d’ufficio di un privilegiato contiguo alla casta” staranno già pensando alcuni: non è così, anzi diciamo che io sono il primo della lista da insultare e prendere in giro.

Partendo da questo presupposto, e senza voler dare lezioni di vita o di stile ad alcuno, mi sento di poter serenamente affermare che oggi più che mai è necessario urlare l’importanza della cultura e dello studio da parte di è chiamato ad essere classe dirigente dell’oggi ancor prima che del domani. Ho avuto il piacere di incontrare e intervistare illustri personaggi del panorama politico nazionale e locale, magari poi chiamati a ricoprire importanti cariche istituzionali, così come posso dire di aver avuto, e ho ancora, l’onore di incontrare colleghi di altissimo profilo, umano ancor prima che culturale. Eppure, dal mio modesto osservatorio di provincia, noto un sempre maggior svilimento e scadimento di queste due categorie. Internet, social media e infotainment, in questo processo di arretramento, hanno un ruolo determinante: la velocità di certi messaggi diventa virale, e un campione di like e slogan può soppiantare nel sentire comune e nei consensi quanti hanno ancora voglia e forza di lanciare messaggi ragionati e non urlati. Capita così di ascoltare politici capaci di tenere interventi alla Conte Mascetti così come giornalisti che palesemente dimostrano, anche da certe domande che vengono poste, di non conoscere l’argomento di confronto con l’interlocutore.

Da nessuno si pretende uno sterile nozionismo fine a se stesso. Ma quando dei colleghi mi fanno comprendere di non conoscere la differenza tra delibera di giunta e determina dirigenziale, o quando un sindaco di una grande città della nostra regione afferma che “per approvare una delibera occorre il plenum” anziché il quorum, beh forse vale la pena fermarsi un attimino e riflettere se i sentimenti di antipolitica e antigiornalismo siano realmente giustificati. La cultura non si può misurare solo con i titoli di studio che ognuno può, o meno, vantare. Per poter affrontare il pesante clima “anti” che in questa delicata fase storica stiamo attraversando è necessario fare uno sforzo di apertura al confronto, alla contaminazione anche con idee diverse e ascoltare chi ha qualcosa di sensato e intelligente da dire, al netto delle appartenenze. Il processo di conoscenza consentirà di dare forma intelligente all’azione di contrasto ai venditori di parole vuote e dispensatori di vacue promesse. Va contrastata la galoppante presupponenza e arroganza di quanti ritengono che la rete, senza mediazione, possa dare tutte le risposte. Riaffermare la formazione come valore primario per chi è chiamato a gestire cruciali processi decisionali è un passaggio imprescindibile affinché la comunità, intesa come popolo e non solo come cittadinanza, possa tornare a riporre fiducia tanto nei giornalisti quanto nei politici e relegare il fai da te solo al bricolage domenicale.