Guerre commerciali? No grazie…

Mag 18, 2018 | Angelo Riccitelli

L’aveva promesso durante la campagna elettorale, e dopo un primo periodo in cui si era fermato alle schermaglie verbali e propagandistiche, Donald Trump sembra aver innescato quella che inizia ad assumere i connotati di una possibile guerra commerciale.
La primavera del 2018 ha inaugurato infatti una serie di decisioni ed annunci sul binario Washington-Pechino che non lasciano presagire una risoluzione semplice della questione. Ricostruiamo le ultime tappe di questa escalation:
23 marzo: gli Stati Uniti impongono dazi su acciaio e alluminio utilizzando, non senza qualche forzatura, la clausola della sicurezza nazionale per motivare la decisione.
2 aprile: la Cina annuncia dazi compensativi alle misure americane su acciaio e alluminio, imponendo nuove tariffe del 25 per cento su 128 categorie di prodotti USA, per un controvalore di circa 600 milioni di dollari di esportazioni americane.
3 aprile: l’amministrazione USA annuncia un nuovo elenco di 1.333 categorie di prodotti cinesi che potrebbero essere soggette a tariffe del 25% entro l’estate, per stimati 60 miliardi di dollari.
4 aprile: la Cina identifica un elenco di 106 categorie di prodotti americani pari a circa 50 miliardi di dollari che potrebbero a loro volta essere soggetti a tariffe del 25%. Contrariamente alle misure del 2 aprile, questi prodotti includono alcune esportazioni chiave degli Stati Uniti verso la Cina, come i semi di soia e le auto.
5 aprile: il presidente Trump in un comunicato annuncia che “alla luce delle ingiuste rappresaglie della Cina”, ha incaricato il rappresentante commerciale statunitense di “valutare se 100 miliardi di dollari di tariffe aggiuntive siano appropriate” e di identificare quali prodotti dovrebbero essere interessati da queste ulteriori nuove misure.
Storicamente, sebbene con qualche importante distinguo, gli economisti e gli storici dell’economia, sono concordi nel ritenere che le tentazioni protezionistiche non sono mai una buona notizia: non lo sono dal punto di vista strettamente economico, non lo sono in quanto termometro negativo della bontà delle relazioni tra i diversi paesi.
Nel caso specifico, la mossa di Trump sembra coerente con la volontà di compattare il proprio elettorato di riferimento, più che finalizzata a preservare l’interesse nazionale. Un interessante lavoro di Kirill Borusyak e Xavier Jaravel1 mette in luce quali sarebbero gli effetti dell’introduzione di dazi sulla popolazione americana. In particolare si prende in considerazione sia il cosiddetto effetto reddito (derivante dalla maggiore occupazione prodotta negli USA nei settori esportatori netti) sia l’effetto sulla spesa (incremento del potere d’acquisto derivante dall’importazione di merci con prezzo finale inferiore rispetto a merci dello stesso settore prodotte negli USA). I due studiosi vanno inoltre a misurare i due effetti in relazione ai lavoratori più istruiti e specializzati, rispetto a quelli con minore istruzione ed operanti in settori di produzioni a minor valore aggiunto.
Non sorprende che le misure adottate dal presidente USA vadano nella direzione di cercare di favorire questi ultimi, elettoralmente più vicini a Trump, a scapito dei primi; purtroppo per l’amministrazione americana tale intenzione sembra alla fine dei conti rivelarsi una pia illusione.
Sul piano strettamente commerciale le armi di cui dispone il colosso americano sono indubbiamente più importanti di quelle cinesi. Sebbene molto simili negli importi i settori colpiti dai dazi USA riguardano input e prodotti finiti strategici per l’implementazione del programma cinese Manifacturing 2025. In altre parole ciò che importa la Cina dagli Usa, ad oggi, riveste carattere strategico per la crescita della prima potenza asiatica: lo sviluppo industriale cinese dipende in buona parte dall’export americano. Lo stesso non si può dire per le importazioni Usa dalla Cina. Nel lungo periodo gli Stati Uniti hanno quindi armi più efficaci da questo punto di vista.
Ci sono però delle considerazioni “altre” che non si possono trascurare e sono probabilmente più importanti di quelle strettamente commerciali. La Cina può reagire nel breve periodo colpendo i settori in cui operano molte industrie americane esportatrici, e può farlo in vista delle elezioni di mid term di novembre che negli Stati Uniti rappresentano un primo significativo giudizio degli elettori sul governo in carica. In altre parole Xi ha dalla sua un vantaggio politico enorme che a Trump manca: non deve essere rieletto.
Per questa ed altre ragioni le minacce dell’amministrazione USA sembrano puntare in altra direzione: portare Pechino a sedersi al tavolo degli accordi bilaterali, per mettere sul piatto questioni irrisolte da diversi anni (come l’acquisizione “predatoria” del know how tecnologico da parte cinese), e risolvere questioni che il multilateralismo (leggasi OMC) non è riuscito a risolvere. Qualunque accordo si riuscisse a raggiungere avrebbe il merito di evitare una guerra commerciale inutile e costosa, ma al contempo segnerebbe la fine del principio di non discriminazione e innescherebbe la corsa di altri paesi a negoziare bilateralmente con la Cina (come sta già accadendo con Francia e Germania). Sancirebbe anche la fine della speranza di poter riportare a tavoli negoziali multilaterali questioni che riguardano tutti.
Qualora invece la guerra commerciale andasse avanti, le prospettive sarebbero molto negative, in particolare per le economie europee, le cui filiere produttive in molti settori sono ormai strutturalmente legate a fornitori che operano in Cina. Tali effetti “indiretti” sarebbero tutt’altro che trascurabili. Solo a titolo di esempio, il valore delle automobili tedesche esportate dagli Stati Uniti in Cina è superiore a quello delle automobili americane prodotte negli Stati Uniti e destinate al mercato cinese.
Quanto alle conseguenze per l’Italia, se Trump imponesse dazi compensativi alle esportazioni di prodotti dall’Europa, probabilmente alcune aziende italiane avrebbero difficoltà a esportare non solo negli Usa ma anche in altri mercati (se parte del loro processo produttivo passa dagli Usa), ma niente ci vieterebbe di vendere negli Stati Uniti la Vespa prodotta in Vietnam o la Nutella prodotta in Canada.
Oltre agli effetti negativi già noti di un protezionismo di ritorno, non meno trascurabile sarebbe il riattivarsi del fenomeno della delocalizzazione di imprese manifatturiere all’estero. Nulla da guadagnare dunque da una guerra commerciale, dal sapore decisamente propagandistico.