Un antivirus non basta contro il cyberbullismo

Secondo una fotografia del CENSIS nel 2016, circa il 10% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni, è stato vittima di cyberbullismo.

Internet ha amplificato le possibilità di ognuno di noi: si può accedere facilmente a notizie, informazioni ed entrare a contatto con molti servizi e persone. L’utilizzo così diffuso di questa rete di telecomunicazione ha reso possibile la creazione di un ulteriore spazio, dove la lontananza geografica non è affatto un limite ma anzi è un arricchimento, ha creato dunque un non-spazio dove “vivere” e dove poter accedere a tantissime possibilità. Come nella vita al di fuori del mondo cibernetico – se davvero ormai è possibile fare una separazione – le relazioni che intercorrono tra le persone possono essere positive o negative, lo stesso può succedere tra “avatar”. Ciò espande la possibilità che alcuni tipi di violenza, come quella definita con il termine bullismo, si traslino anche nel web, con modalità e possibilità diverse. Se già il bullismo è un problema complesso da contrastare, il cyberbullismo ha alcune peculiarità che lo rendono un avversario difficile da conoscere e quindi da affrontare.

Le piattaforme mediatiche forniscono una finta anonimia del bullo, che può mascherare la sua persona dietro un avatar dando la possibilità – allo stremo di un gioco di ruolo – che chi pratica questa violenza abbia meno remore etiche, arrivando a fare o dire cose che nel confronto a viso aperto desterebbero più esitazione. Inoltre, la possibilità di infrangere i limiti spazio-temporali permette al cyberbullo di poter fare violenza in modo continuo, non limitando la sua azione a determinate finestre temporali, come ad esempio l’orario scolastico. Altra particolarità del cyberbullismo è quella di poter coinvolgere un numero elevatissimo di “spettatori” aumentando notevolmente la vergogna e la sofferenza della vittima, i cui contenuti che lo riguardano spesso finiscono per passare tra le mani di altri con la conseguente vessazione da parte anche di chi non conosce personalmente la vittima.

Nel 2017, è stata emanata la legge del 29 maggio n.71, in cui si cerca, di arginare il più possibile questo fenomeno. La legge concede uno strumento molto importante ai minori, purchè ultra-quattordicenni, ovvero quello di segnalare personalmente al gestore del sito o del social-media un contenuto ritenuto offensivo e chiederne la sua rimozione. Nel caso in cui il contenuto non venga eliminato, sarà il Garante della Privacy a vagliare ed eventualmente cancellare entro 48 ore il contenuto. Tale iter sostituisce quel percorso molto lungo che prevedeva una denuncia da parte del genitore alla polizia postale, concedendo la possibilità da parte dei minori stessi di difendersi. Nei confronti del cyberbullo si punta, con spirito educativo, a responsabilizzare l’autore delle violenze: il giovane colpevole può essere dunque ammonito dal Questore che può anche decidere di inserirlo in un percorso sociale. Poiché nel caso del cattivo utilizzo del web, spesso l’unica vera soluzione è una prevenzione del fenomeno in quanto un contenuto diventi virale bastano pochi minuti, la legge impone alle scuole di dotarsi di un docente referente e di organizzare incontri con polizia postale e di sensibilizzare i ragazzi, affinché l’uso consapevole della piattaforma possa essere veicolato in un ambiente sicuro, con personale qualificato e preparato per l’educazione su questi temi. Nel percorso di discussione ed approvazione della legge, riconosciuto il valore della protezione dei minori, soprattutto in quanto iper-connessi sul web, il vero nodo da dissipare ha riguardato l’includere, o meno, tra i tutelati i maggiorenni.

Tra gli studiosi anglofoni il cyberbullismo tra adulti assume un altro nome ovvero quello di cyberharassment, traducibile in modo letterario in cyber molestia, nonostante la tutela dei minori risulti necessariamente più importante, il web resta un luogo dove poter subire molestie anche per gli adulti. Se preservare l’integrità del minore, non obbligandolo a subire violenze sul web e concedergli gli strumenti giusti per re-agire era fondamentale, allargare questa normativa ai maggiorenni avrebbe potuto comportare delle problematicità nell’utilizzo distorto della legge: se basta sentirsi offesi, hanno affermato alcuni, da una certa dichiarazione, introducendo una personale – e quindi molteplice – percezione di questa messa in ridicolo, si può facilmente andare a ledere la libertà di espressione degli utenti di internet che potrebbero addirittura vedersi cancellate, in un caso estremo, eventuali recensioni negative di un’attività commerciale. Il regolamento europeo del 25 maggio 2016 riconosce la possibilità di far rimuovere dal web informazioni, purché non siano di interesse pubblico o di cronaca, che lo riguardano. È in essenza il diritto a non vedere il proprio nome come indicizzato a tempo indeterminato con contenuti diffamatori, offensivi, inesatti o non aggiornati. Se questo diritto consente la possibilità di intervenire nei confronti della cyber-molestia, la sua applicazione merita senz’altro una riflessione più approfondita. Esempio della fallibilità di questa regolamentazione è il paradosso legato al caso della vittima Tiziana Cantone, se da una parte era in potenza di esercitare il suo diritto all’oblio, il fatto che il suo caso restasse, anche a seguito della sentenza, una questione di interesse pubblico ha reso l’applicabilità della norma difficoltosa. Se pertanto questa norma può essere sufficiente in alcuni casi, in altri sicuramente non lo è.

Controllare internet risulta quindi difficile per due ragioni: da un lato la vera natura della piattaforma, in quanto sconfinata e in continuo mutamento si presta poco alle restrizioni, mentre dall’altro la discrasia tra la velocità delle istituzioni nello spazio reale e quella del non-spazio. È indubbio che il diritto all’oblio non può essere l’unica risposta alle tante problematiche che, tra le numerose possibilità, internet propone. Poiché molte esperienze – anche nostrane – ci hanno insegnato che le conseguenze di un utilizzo non coscienzioso del web si può facilmente tradurre in una tragedia, è importante avviare una profonda riflessione che tenga conto di ogni questione presente in gioco. È necessario quindi fare uno sforzo: creando degli strumenti in grado di rispondere alle violenze cibernetiche anche per gli adulti che devono poter avere la possibilità di difendere la loro umana fragilità, seppure questa sia minata “soltanto” da un codice binario.