Verso i Balcani d’Europa

Ismail Kadare, il più famoso scrittore albanese dei nostri tempi, intervistato da La Repubblica nel 2014, esprime così le sue speranze per il futuro del suo paese, nella speranza di lasciarsi, alle spalle gli anni difficili del regime di Hoxha, quelli della transizione e della crisi in Kosovo con la Serbia: “alcuni pensano che sarebbe un lusso essere europei. Ma per l’Albania entrare in Europa è questione di vita o di morte. Per l’Albania e per tutti i Paesi balcanici. Si salverà il primo che riuscirà a capirlo”.
Dallo scorso aprile, tali speranze, hanno cominciato a trasformarsi in realtà: Bruxelles infatti ha dato il via libera all’apertura dei negoziati per adesione di Albania e Macedonia. La decisione finale toccherà ai ventotto leaders europei che si riuniranno il prossimo 28 Giugno, ma non tutti i ventotto sono così convinti e fiduciosi: Francia e Germania in primis.

L’obiettivo prefissato dal premier albanese Edi Rama è quello di entrare in UE entro il 2025; deadline che il Presidente della Commissione Juncker, durante il suo discorso d’insediamento nel 2015 aveva già previsto per l’allargamento dell’Unione Europea nei confronti dei Paesi dei Balcani.
La Commissione Europea ha comunque sottolineato come l’Albania debba continuare a lavorare per combattere la criminalità organizzata, riformare la giustizia e per effettuare un percorso di valutazione di giudici e pubblici ministeri.
I problemi riguardanti la corruzione dilagante nel Paese delle aquile, infatti, rendono alcuni Stati membri scettici sulle possibilità di promuovere l’Albania e avviare i negoziati.
Negli ultimi anni è stato ridotto il tasso di omicidi e la coltivazione di cannabis, ma si è lontani dall’aver stroncato la corruzione e il traffico di armi, di droghe pesanti e di esseri umani, che restano il vero motore economico dei Balcani occidentali.

Il governo Rama ha riformato la Pubblica Amministrazione e il sistema giudiziario; sono stati fatti passi avanti nell’istruzione, importante, inoltre, l’aiuto nella crisi migratoria, in quanto è stato stipulato un accordo nel febbraio 2018 con l’Ue, il quale prevede che in Albania siano aperti dei centri profughi nonché una partnership con la polizia albanese e l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera (Frontex).
Il Paese è in crescita economica, +4% nel 2017, dovuta anche al know-how delle migliaia di cittadini di rientro, soprattutto dall’Italia, dopo la fuga per il collasso negli Anni 90 – crescita economica che tuttavia non ha ancora risolto il problema della povertà e della disoccupazione, per quanto in netto calo al 14% con il governo di Rama.
Questa crescita è dovuta sia agli investimenti dell’UE che a quelli privati stranieri, attratti dal costo del lavoro più basso d’Europa. Il costo orario medio di un lavoratore in Albania è di circa 2,3 euro, quasi dodici volte inferiore alla media dell’Unione Europea, il più economico nell’area dei Balcani.
Anche per questo si assiste a una vera e propria fuga degli albanesi: in effetti l’Albania si presenta come la seconda nazione che ha acquisito più cittadinanze in Europa, dopo il Marocco. Difatti, nel 2016 si contano ben 67.500 cittadini albanesi fuoriusciti, di cui circa il 97% è suddiviso tra Italia e Grecia (rispettivamente 54,7% Italia e 42,3% Grecia). Cifra che si triplica se si considera il triennio 2013-2016 con circa 200.000 cittadini emigrati.

Attualmente, ammettendo che il Consiglio Europeo di giugno, dia il via libera all’Albania, questa dovrà seguire il percorso già intrapreso in precedenza dalla Serbia nel 2013 e, dal Montenegro nel 2012. Questi paesi però hanno chiuso ad oggi soltanto tre dei loro obiettivi, sui trentacinque complessivi, rimangono da completare in sette anni più del 90% delle riforme richieste dall’Unione Europea, per ottenere il via libera all’adesione, dopo rispettivamente dodici e tredici anni. Una vera e propria impresa!
Se l’Albania mantenesse il ritmo del Montenegro e della Serbia, dovrebbe diventare membro effettivo dell’UE non prima del 2088.
Ma queste sono solo delle congetture, se, invece, le dichiarazioni di Juncker dovessero avverarsi, l’Albania entrerebbe nell’Unione Europea nel 2030 circa, segnando il processo d’adesione più lungo della storia dell’UE: con circa 28 anni di attesa, in quanto il primo approccio con l’UE è datato 2003.
Altrimenti, prendendo sempre per buono il 2025, l’Albania potrebbe accorciare i tempi e riuscire ad entrare così in UE in soli sette anni di negoziati.

Si può dire che è ancora presto per cantar vittoria, ma qualcosa sembra muoversi, considerando anche il fatto che dalla sua adesione ne verrebbero dei vantaggi reciproci.
Effettivamente, un’Albania nell’Ue ma fuori dall’euro, comporterebbe ancor di più una maggior crescita economica per l’ex protettorato italiano, come nel caso di Polonia e di Romania che hanno ritardato l’ingresso prematuro nella moneta comune; bensì garantirebbe alle economie forti dell’Ue un mercato di forza lavoro sottopagata ancor più appetibile che negli altri ex satelliti sovietici.
Le mire d’influenza mai venute meno da parte della Russia e la mancanza di stabilità nell’intera area verso i Balcani (dovuta anche al radicalismo islamico) spingono Bruxelles ad accelerare l’ampliamento a Est, a maggior ragione per compensare la Brexit. Non a caso il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato che l’UE deve accettare la candidatura dei paesi dei Balcani occidentali “per evitare il rischio di una nuova guerra”.
Saranno determinanti i progressi relativi nel sistema giudiziario e nei diritti fondamentali nonché la giustizia, la libertà e la sicurezza.

Tuttavia, come dichiarato nella strategia per i Balcani occidentali, la stessa UE deve essere pronta ad accogliere nuovi membri, una volta soddisfatte le condizioni necessarie.
Ci saranno parecchi ostacoli, ma l’Albania aderirà all’Unione Europea, mentre prima di ingrandirsi, l’Unione stessa dovrà rafforzarsi, per far sì che la sua azione sia più solida e più efficace.