Leggere il proprio territorio con gli occhi degli altri: l’Abruzzo di Thomas Ashby

Come un dipinto divisionista, che appare più chiaro quanto più ce ne allontaniamo, così potremmo dire che un certo territorio, nella fattispecie quello interno della nostra regione, ci svela meglio i suoi pregi e i suoi difetti se lo analizziamo con gli occhi di chi in quel luogo non è nato, ma è venuto per la curiosità di conoscerlo.

Uno di questi curiosi è Thomas Ashby, un archeologo britannico nato nel 1874, il primo a fruire di una borsa di studio presso la British School at Rome (l’Accademia Britannica di archeologia, storia e belle arti), in seguito ne divenne prima vicedirettore, nel 1903, e poi, dal 1906, direttore per quasi venti anni fino al 1925. Tornato in patria, morì durante un viaggio in treno nel Surrey il 15 maggio del 1931.
Il nostro particolare interesse per Thomas Ashby, però, è dovuto soprattutto ai numerosi viaggi in Abruzzo compiuti tra il 1901 ed il 1923, durante i quali immortalò non solo i monumenti, ma anche gli usi ed i costumi locali, cogliendo numerose testimonianze per immagini della vita dell’epoca in località come L’Aquila, Chieti, Alba Fucens, Carsoli, Civita d’Antino, Tagliacozzo, Sulmona, Pratola Peligna, Corfinio, Cocullo. Dopo aver preso appunti e scattato fotografie, raccolto informazioni dai parroci e dagli abitanti dei luoghi visitati, ma anche dai libri e dalle guide turistiche, pubblicò un volume, Some Italian Scenes and Festivals (London, Methuen & Co. Ltd., 1929), che raccoglie descrizioni e foto di feste, usi, costumi, monumenti e paesaggi di varie regioni italiane, con un taglio non solo storico-artistico, ma soprattutto antropologico. Ashby sapeva bene di trovarsi di fronte a un tipo di cultura da dover registrare in fretta, con mezzi nuovi come la fotografia, ma in modo accurato con trascrizioni, interviste, appunti, giacché in procinto di essere cancellata dall’avvento della modernità.

Ecco perché guardare con attenzione e studiare le foto e le descrizioni di Ashby è come aprire un varco spazio-temporale e, al contempo, stimolare una riflessione su come eravamo e su come siamo oggi, anche in rapporto ai flussi migratori di questi ultimi decenni, durante i quali ci siamo trasformati da terra d’emigrazione in destinazione privilegiata di migliaia di persone in fuga da guerra, carestie e persecuzioni. Alcune delle persone fotografate cento anni fa nella nostra terra sono piccole, scure di carnagione e in condizioni igieniche precarie e in molti casi sono le stesse che di lì a poco sarebbero salite su una nave alla volta di luoghi sconosciuti in cerca di fortuna o avrebbero atteso, in molti casi invano, che i loro parenti emigrati tornassero alle loro case.

Anche l’aspetto monumentale e paesaggistico non è meno importante, perché il confronto, spesso impietoso, tra ieri e oggi ci aiuta a riflettere su quanto siamo stati rispettosi della natura e del patrimonio e quanto, invece, abbiamo abusato di questa importante eredità, spesso violentando il contesto naturale nel quale siamo immersi e non valorizzando adeguatamente ciò che i nostri padri ci hanno trasmesso.
Vale davvero la pena fare un salto su www.ashbyelabruzzo.com per conoscere meglio noi stessi e vederci con gli occhi di chi, abituato alla grande bellezza di Roma, ha trovato anche in queste terre un’espressione non meno valida del concetto di bello.