Partecipare, deliberare, scegliere. Le forme della cittadinanza attiva

“Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare delle vite umane”. Con queste parole, all’interno di un contesto ben più problematico dell’attuale, Simone Weil ribadiva l’importanza delle parole nel dibattito politico della sua epoca. Secondo la filosofa francese, infatti, un quadro terminologico chiaro e ponderato aiuta a evitare l’estremizzazione delle idee e favorisce il confronto costruttivo tra opinioni diverse.

“Qualcosa allora sarà buono e giusto non in assoluto, ma soltanto ‘nella misura in cui’, o ‘a condizione che’ si dia una certa, concreta situazione” e la stessa parola “democrazia” andrà definita tenendo in considerazione alcune precondizioni sostanziali[1].

Il compito di definire i significati delle parole è quanto mai importante anche nella discussione politica attuale e in special modo per quella parte del dibattito pubblico in cui, sempre più spesso, si tirano in ballo concetti complessi come quello della sovranità popolare e dei modi in cui si esercita.

Negli ultimi anni in Italia, soprattutto grazie all’insistenza sul tema da parte del Movimento 5 Stelle, abbiamo assistito ad un vero e proprio revival di discussioni sul tema nel quale si citano, spesso confondendole, idee in realtà diverse come democrazia diretta, democrazia partecipativa o democrazia deliberativa. Con questo contributo, nel mio piccolo, vorrei provare a dare un contributo ragionato per favorire la comprensione di queste termini chiave del dibattito politico, per metterne in luce le differenze e favorire così un dialogo più costruttivo.

La democrazia partecipativa

I sostenitori della democrazia partecipativa sono autori di diversa estrazione culturale che propongono idee spesso molto differenti tra loro, ma tutte accomunate dal medesimo intento di individuare un sistema politico che favorisca l’attivismo civico dei cittadini[2].

In generale si definisce partecipativo un sistema politico in cui aumentano gli spazi dove le persone possono dare il loro contributo alla gestione della cosa pubblica anche, ma non necessariamente, attraverso la partecipazione a un voto. Partecipare politicamente, infatti, non implica necessariamente votare per qualcuno o qualcosa; si può partecipare alla res publica anche, per esempio, contribuendo alla gestione o alla tutela di un bene comune, senza inserirsi in un processo decisionale.

In molte delle discussioni sul tema, quindi, la richiesta di democrazia partecipativa si risolve in una richiesta di democratizzazione della società e dei suoi spazi di potere. Il dato importante da rimarcare in questa sede è che la democrazia partecipativa non implica necessariamente un voto diretto e tanto meno la rinuncia alla rappresentanza politica; un sistema di democrazia partecipativa può al contrario portare, come spesso è accaduto, al moltiplicarsi delle rappresentanze nei diversi settori della vita associata (rappresentanza sul lavoro, rappresentanza nelle municipalità, nel quartiere, nella definizione di politiche settoriali ecc.) e in questo senso non va confusa con la cosiddetta democrazia diretta.

La democrazia diretta

Al contrario della democrazia partecipativa, la democrazia diretta implica invece un sistema in cui si prevede l’assunzione diretta di decisioni da parte del cittadino attraverso un voto[3]. Si tratta dunque di un sistema ben più impegnativo nel quale si presuppone l’ideale di un cittadino costantemente impegnato nella valutazione di questioni pubbliche, una figura che ricorda da vicino quel “cittadino totale” di rousseauiana memoria dal quale Norberto Bobbio, Ralph Dharendorf e prima di loro Hannah Arendt ci hanno giustamente messo in guardia[4].

Aldilà dei giudizi di merito sulla democrazia diretta, è utile rimarcare che la partecipazione dei cittadini a tutte le scelte che li riguardano è un “ideale limite” difficilmente realizzabile nelle democrazie contemporanee, cosa di cui gli stessi fautori della democrazia diretta si rendono perfettamente conto. Nella prospettiva di chi sostiene questo modello politico, dunque, la democrazia diretta si risolve principalmente nell’esigenza di aumentare i momenti in cui i cittadini esprimono direttamente il loro voto su questioni pubbliche, senza pretendere un coinvolgimento nella totalità delle scelte da effettuare. Tale impostazione, tuttavia, prevede implicazioni che spesso non vengono tenute in considerazione nel dibattito sull’argomento e che si possono sintetizzare nei seguenti interrogativi:

  • Se non tutte le decisioni possono essere votate da tutti, chi e con quale legittimità decide quali sono le questioni da mettere al voto diretto dei cittadini e quali invece no?
  • Nel momento in cui si rimette una decisione al voto diretto dei cittadini, chi e con quale legittimità organizza il sistema di voto e ne garantisce la regolarità?
  • Nel momento in cui si rimette una decisione al voto diretto dei cittadini, chi e con quale legittimità organizza il sistema informativo che permette ai cittadini di formarsi una corretta opinione sulle questioni oggetto del voto?

Se il soggetto preposto a determinare queste cose resta comunque il parlamento o un esecutivo eletto, la democrazia diretta si risolve semplicemente in un sistema di democrazia rappresentativa in cui soltanto aumenta il numero dei referendum. In caso contrario, per la chiarezza normativa della proposta, andrebbe invece specificato chi e perché soprassiede ai meccanismi di voto.

La democrazia deliberativa

La democrazia deliberativa, infine, indica un sistema politico nel quale il principio legittimante di una decisione non è il consenso numerico della maggioranza dei cittadini e neppure la loro semplice partecipazione al processo decisionale, ma la qualità della discussione che l’ha preceduta[5]. Nell’ideale deliberativo, infatti, una decisione è pienamente legittima solo se passa attraverso il vaglio critico di un dibattito informato nel quale ogni discutente ha la possibilità di presentare tutte le ragioni, le spiegazioni o gli argomenti necessari per sostenere o rifiutare una determinata politica ed in cui gli sia reso possibile testare la validità delle proprie opinioni nel confronto con quelle altrui. La legittimità di una decisione in questo sistema deriva dal suo esser riuscita a superare il vaglio critico di questa discussione e a fondarsi su quegli argomenti che non hanno trovato smentita nel corso del dibattito.

La democrazia deliberativa, dunque, si differenzia dal sistema partecipativo per la maggiore enfasi posta sulla qualità delle discussioni. Mentre nell’ideale della democrazia partecipativa è la sola partecipazione a esser ritenuta un valore, nell’ideale deliberativo è l’elemento qualitativo delle discussioni ad essere centrale.

Il sistema della democrazia deliberativa si differenzia inoltre anche dall’ideale della democrazia diretta perchè non prevede che i fora dibattimentali possano avere un potere decisionale diretto.  Nella democrazia deliberativa l’atto della decisione formale resta prerogativa delle istituzioni democratico-rappresentative, le quali però devono essere aperte ad accettare gli argomenti derivanti dalle discussioni deliberative o, in caso contrario, giustificare pubblicamente e con validi argomenti i motivi per cui li rifiutano[6].

La democrazia deliberativa è, dunque, un sistema basato sulla comunicazione tra il centro e la periferia del sistema politico al fine di produrre decisioni qualitativamente migliori. Le capacità delle sfere deliberative di orientare la discussione e l’agenda politica sarà tanto maggiore, quanto più i dibattiti saranno aperti, argomentati e strutturati.

Come si evince da questa breve presentazione, dunque, le idee di democrazia diretta, partecipativa e deliberativa, spesso confuse nel dibattito politico, rappresentano invece paradigmi diversi e non sovrapponibili. Ognuna di loro, in maniera più o meno condivisibile o auspicabile, indica una prospettiva di miglioramento della qualità delle democrazie contemporanee e un modo per superare la crisi di legittimità democratica delle scelte spesso vista come un male endemico dei sistemi politici odierni. Non essere confuse nel dibattito o essere distinte nell’analisi gioverà sicuramente all’efficacia di ognuna.

 

1 Simone Weil, Il libro del potere, Chiarelettere, Milano 2016, p.9

2 Per una rassegna critica delle principali posizioni della democrazia partecipativa cfr. 
G.C.De Martin, D.Bolognino (a cura di) Democrazia partecipativa e nuove prospettive della cittadinanza, 
LUISS ed, Roma 2010; D.Held, Modelli di democrazia Cap VII, Feltrinelli, Milano 2014.  

3 Per alcuni esempi di proposte di democrazia diretta si veda: M.Bookchin, Democrazia Diretta, 
Feltrinelli, Milano 2005; J. Verhulst., A.Nijeboer, Democrazia Diretta, Democracy International, 
Bruxelles 2007;

4 Cfr. H.Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009; R.Dahrendorf, Il cittadino totale, 
partecipazione eguaglianza e libertà nelle democrazie di oggi, Einaudi, Torino 2009; N.Bobbio, 
Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 2014.

5 Per una rassegna ragionata delle principali teorie della democrazia deliberativa si veda: 
L.Pellizzoni (a cura di), La deliberazione pubblica, Roma, Meltemi 2005; J.Bohman, W.Rehg (
edited by) Deliberative Democracy, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1998; J.Cohen, 
Deliberation and Democratic Legitimacy, in A.Hamlin, P.Pettit (edited by) The Good Polity, 
Normative Analysis of the State, Basil Blackwell ltd, Oxford 1989, pp.17 – 34.

6 Cfr. J.Habermas, Fatti e Norme. Contributi a una teoria discrsiva del diritto e della democrazia, 
Laterza, Bari 2013.

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