Non lasciate che i giovani si arrendano

Di Marcello Secone

Alterazione dell’umore legata agli stati di depressione e di irritazione, spesso associata ad ansia e a comportamento impulsivo. Questa condizione è il male che attanaglia le nuove generazioni, gli studiosi la definiscono disforia, in particolare il sociologo e autore di “Teoria della classe disagiata”, Carlo Alberto Ventura. La nozione non va ovviamente interpretata in senso letterale, quanto più in prospettiva sociale: il futuro, il lavoro, l’istruzione sono concetti che provocano in noi (sono un ragazzo anch’io) uno stato di inquietudine generalizzata; le colonne portanti della nostra società sono crollate sulle nostre giovani teste, e ora abbiamo paura più che mai di quello che ci aspetta.

La nostra è una generazione nata agiata, per la maggior parte, che oggi dà per scontato quello per cui i nostri nonni hanno lottato giorno per giorno, che ha sempre goduto di uno stile di vita che in fondo i nostri genitori si sono potuti permettere facendo leva sulla crescita esponenziale del debito pubblico. Adesso noi, cresciuti con l’idea di un futuro florido, con la consapevolezza che sarebbe arrivato anche per noi il momento di costruirci un futuro, ci ritroviamo con una laurea che non riusciamo ad utilizzare e con le clausole di salvaguardia europee da disinnescare: abbiamo quindi speso i nostri patrimoni familiari per conseguire titoli che hanno perso la loro funzione di ascensore sociale, ed ora allo specchio non vediamo altro che un investimento a basso, bassissimo rendimento. Questo, in breve, ci causa questo stato di malessere e arrendevolezza, per altro incomprensibile per le generazioni passate.

A questo punto possiamo meglio comprendere l’analisi sociologica delle scorse elezioni: secondo Youtrend il 60% circa dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha scelto infatti di farsi rappresentare da movimenti e partiti, con un programma che ha ad oggetto misure espansive e reddituali, flat tax o reddito di cittadinanza che sia. Non sarebbe, a mio avviso, sbagliato interpretare il voto come un tentativo di aggrapparsi alla sempre più sdrucciolevole salita verso lo status in noi connaturato. Nessuno più della nostra generazione, desidera potersi permettere lo stile di vita che i padri ci hanno permesso di godere. A chi affidarci allora se non a chi ci promette un reddito, a chi ci promette uno sgravo fiscale sostanzioso.

La dura realtà è che dobbiamo abituarci all’idea che non tutti potremo permetterci in futuro, quello che c’è stato promesso e che abbiamo toccato con mano. Che questa disforia sia solo il momento prodromico della nostra rassegnazione? Vedremo. Certo è che nessuno può rispondere a questi terribili e infausti quesiti, se non la politica. Ma lo ha fatto? Almeno ci ha provato? È questo quello che la classe dirigente deve domandarsi, è sulla risposta a queste domande che sarebbero accettabili scontri interni, non per altro. Appare evidente la mancanza di un’autocritica costruttiva all’interno dei vertici del partito, che pare si siano accontentati di dare la colpa a qualche social media manager alle prime armi. Di sicuro questo è quello che è mancato nella scorsa campagna elettorale, e che spiega in parte anche il tanto citato scollamento della sinistra dalla società civile. Ecco allora la reale prospettiva che la sinistra tutta deve delineare: le proposte presentate per lo scorso 4 marzo rappresentano un buon punto di partenza: il salario minimo garantito o la detrazione/assegno familiare non sembrano affatto misure disinteressate; così come lo stesso reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni, misura progressista e all’avanguardia all’interno dello scenario comunitario e non. Attenzione però a non cadere nel banale errore di mettere da un lato per togliere dall’altro: eliminare il conflitto generazionale è fondamentale, tanto per lo sviluppo del paese, quanto per riconquistare la fiducia di una nuova base elettorale.

Questo è quello di cui la mia generazione ha bisogno, questo è l’aspetto sul quale la sinistra deve interrogarsi e fare leva per rinsavire, in un paese con un tasso di natalità ai minimi storici e un flusso continuo di emigrazione giovanile. I giovani non si sentono più parte di qualcosa, i giovani scappano perché si sentono rifiutati da un sistema che non li valorizza, e perciò fuggono verso destinazioni in cui sanno che verranno apprezzati.

Allora la politica, quella seria, torni a rispondere a questi sciagurati enigmi, torni a guardare negli occhi di chi continua a lottare per il bene di tutti anche senza nessuna ricompensa; non abbandoni quello che in parte già è, e sarà, il motore principale del nostro grande paese, non lasci che il nostro unico stimolo sia la rabbia.

In uno dei momenti più delicati dal dopoguerra ad oggi, voltare le spalle ad una schiera così vasta di anime, vogliose e capaci di incidere nella comunità e nello sviluppo umano ed economico della penisola, è un lusso che non possiamo permetterci. Ripartire da qui, anzi, può rappresentare, tanto per il paese quanto per la sinistra tutta, un nuovo punto di partenza.

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