La Cultura si mangia! Argomentano in maniera convincente gli autori, Pietro Greco e Bruno Arpaia, con il libro pubblicato nel 2013. La questione è un evergreen: in tempi di crisi economica, le spese in attività culturali non servono o comunque non possiamo permettercele. Leggere questo libro aiuta invece ad avere più chiaro come il modo più efficace per arrivare ad avere la pancia piena, sia proprio nutrire il cervello. Oggi infatti è sempre più diffusa l’idea per cui, la crescita della produttività, alla base della ricchezza dei territori, dipenda principalmente da fattori immateriali (le conoscenze) più che dai beni fisici o dal capitale. In questa società post-industriale e terziarizzata, l’economia si sta sempre più “culturalizzando” non solo per l’importanza della ricerca scientifica: anche per il “forte valore simbolico-culturale delle merci”, perché le scelte di consumo coinvolgono il processo di costruzione dell’identità sociale dell’individuo.

Gli autori evidenziano come l’economia della conoscenza si basi su un triangolo:

  • l’industria culturale del design, dell’artigianato, delle arti visive, dell’editoria, dello spettacolo e dei nuovi media;
  • la tecnologia, la ricerca scientifica e le produzioni high-tech;
  • la formazione. Per quanto riguarda il primo vertice, i lavoratori italiani dell’industria culturale sono il 5,6 % dell’intera forza lavoro, producendo un valore aggiunto di circa 76 miliardi di euro.

In merito al secondo punto, gli autori evidenziano il ritardo italiano nelle spese in ricerca e sviluppo rispetto agli altri paesi avanzati. In Italia tale spesa riguarda solo un 1,2% del PIL, meno della metà rispetto a Germania o USA, i ricercatori nelle industrie italiane non superano il numero di 4 ogni mille lavoratori, contro gli 11 o 12 di Germania e Francia. Dai dati ISTAT risulta inoltre che mentre la spesa pubblica tende ad essere omogenea attorno allo 0,65% del PIL nelle regioni italiane, grandi differenze ci sono a livello di spesa delle imprese private: la media del Sud è 0,25% del PIL regionale, mentre nel Centro-Nord è 0,7%.

Risulta dunque una correlazione positiva tra il PIL e le spese in R&S, ma le spese in ricerca potrebbero essere più un effetto dello sviluppo economico che la causa, o quanto meno diverrebbero più rilevanti in una fase successiva del processo. Nel Mezzogiorno le imprese sono meno numerose e in media raggiungono una dimensione più piccola: questo avviene in ogni settore economico come conseguenza del fatto che le competenze produttive/tecnologiche/commerciali sono più episodiche. Se quindi non si riescono a portare nel Sud produzioni diffuse nelle regioni del Nord già da tempo, se non si riescono a imitare prodotti già esistenti e si è lontani dalla frontiera tecnologica, verrebbe da chiedersi perché spendere in ricerca per espandere tale frontiera.

Ma anche il Nord soffre il confronto internazionale nelle spese in R&S, data la scarsa presenza di grandi imprese e una specializzazione produttiva sbilanciata verso i settori meno intensivi in alta tecnologia. “A parità di fatturato e di specializzazione produttiva, un industriale italiano investe in ricerca quanto un industriale tedesco o americano”. Del resto il capitalismo italiano è stato definito delle multinazionali tascabili basato su imprese come Gucci, Geox, Parmalat o Barilla piuttosto che su imprese multinazionali molto più grandi come Nestlè, Nike o imprese altamente tecnologiche come Apple o Bayer. Gli autori perciò propongono per l’Italia un cambio di specializzazione produttiva che avvenga tramite un deciso intervento statale, in linea con l’idea dello Stato innovatore di Mariana Mazzucato.

Anche per il miracolo americano della Silicon Valley, solitamente ritenuto frutto dell’iniziativa dei privati e del mercato, sarebbero stati molto importanti gli investimenti statali nella ricerca di base effettuati negli anni 60/70. Per la creazione di un ecosistema florido di imprese innovative però più che l’intervento statale in sé, conterebbe una interazione sociale virtuosa tra tutti gli attori economici: manager, imprenditori industriali, lavoratori, finanziatori, consulenti del terziario avanzato, ricercatori di laboratori pubblici e privati.

Tuttavia in Italia al posto dei venture capitalist americani capaci di selezionare e finanziare progetti di impresa ad alto rischio/innovazione, abbiamo avuto negli ultimi anni numerosi fallimenti di banche locali che, per un mix di corruzione, incapacità e scarsa visione globale dei fenomeni, hanno sprecato risorse in progetti fallimentari invece di destinarli all’innovazione tecnologica. Per capire come nasca un sistema favorevole all’innovazione e si diffondano nel territorio le capacità produttive, c’è bisogno di una analisi profonda della formazione del capitale umano e delle competenze professionali.

Arriviamo al terzo vertice del triangolo della cultura. La spesa statunitense in formazione è il 7,6% del PIL contro il 4,5% italiano. Anche in questo caso il confronto internazionale è negativo, specialmente per i risultati: “nei paesi dell’Ocse il 40% della popolazione giovanile ha almeno una laurea. L’Italia invece ha solo il 20% di laureati in questa fascia di età”. Anche se i giovani laureati sono relativamente pochi, molti rimangono disoccupati o intrappolati in lavori precari, mal pagati e sotto qualificati. I problemi dello squilibrio territoriale, della scarsa presenza di grandi imprese e del settore high-tech, determinano una bassa domanda di capitale umano da parte delle imprese. Il capitale umano disponibile non è sfruttato appieno, molti giovani sono costretti ad emigrare, inoltre si crea un circolo vizioso per cui diventa non più conveniente laurearsi: “nel 2002 si era iscritto all’università il 74,4 % dei giovani che avevano conseguito la maturità. Nel 2011 la percentuale è scesa al 59,6…molti giovani hanno perso la speranza che la formazione sia la strada più affidabile per entrare nel mondo del lavoro”.

Perché però i laureati non riescono a diventare un fattore di cambiamento, di miglioramento delle imprese e del settore pubblico è un elemento da indagare. Forse perché per acquisire le competenze professionali per diventare imprenditori o intraprendere azioni collettive nella creazione di beni collettivi, gli studi universitari non sono sufficienti, sarebbe decisiva l’esperienza acquisita lavorando e affiancando quotidianamente professionisti “senior” che trasmetterebbero le conoscenze indispensabili per complementare gli studi teorici. È utile citare l’antropologo Marc Augè: “la complessità crescente del mondo e il sempre più difficile accesso alla conoscenza mettono a rischio benessere e libertà”, probabilmente si sono creati dei meccanismi per “favorire la nascita di una aristocrazia del sapere che detenga le redini del sistema produttivo”.

Se storicamente i territori più arretrati hanno sofferto, oltre che di corruzione, clientelismo e criminalità organizzata, di una condivisione delle conoscenze riservata solo ad una fascia ristretta della popolazione di élites locali; oggi questa aristocrazia del sapere potrebbe riguardare anche i territori ricchi.

La globalizzazione e il progresso tecnico hanno aumentato la diseguaglianza dei redditi da lavoro a svantaggio della classe media e dei lavoratori non qualificati. Le persone in effetti hanno mostrato chiari segni di insofferenza a livello politico, votando Trump, la Brexit o Lega e Movimento 5 stelle. La sinistra, non solo quella italiana, appare in evidente crisi non avendo ancora trovato le giuste chiavi di interpretazione del problema: per proporre misure efficaci contro l’aumento della diseguaglianza, è imprescindibile intraprendere la lotta contro l’ingiustizia sociale, a partire  dall’accesso privilegiato alle conoscenze, uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico, dunque all’emancipazione delle persone dalla povertà economica e culturale.