INDAGINE: Polis, questa sconosciuta

Di Esterina Mordini

Rapporto tra i giovani e la politica. Inchiesta tra un campione di studenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni.

Potrebbe sapere di  retorico o persino paternalistico affrontare questo argomento, in realtà esso si incrocia, a mio parere, con il tema più vasto della crisi della partecipazione politica dei cittadini.
Ho somministrato, un questionario di otto domande a studenti di scuola superiore. La prima parte vuole indagare le conoscenze minime di cittadinanza: cosa significa “politica” e la sua radice etimologica, quale ordinamento politico vige in Italia e da quando. La seconda è dedicata al quantum e il qualis della sfera di loro interessi: i primi tre secondo la loro scala personale, quanto da 1 a 10 si interessano alla politica e a quale specifico settore di essa; l’ultima serie di item richiedeva di mettersi nei panni del Presidente del Consiglio e di indicare tre interventi per loro prioritari.

I risultati non sono certo confortanti ma possono condurre a qualche riflessione utile: nella prima parte emergono conoscenze più corrette e precise sul significato di politica e sul nostro ordinamento, man mano che si sale con l’età (prima una classe prima, 14 anni, una classe terza, 16, una classe quinta, 18-19). La seconda parte appare decisamente più significativa, risultando le risposte più omogenee tra i livelli di età: la maggior parte degli studenti segue solo occasionalmente le vicende politiche (livello 4-5 prevalente), preferisce la politica nazionale, un po’ meno quella internazionale, mentre quasi inesistente appare l’interesse per la politica locale.

Le modalità con cui si apprende  di attualità e di politica sono soprattutto la tv e i social (caratteristico l’uso compulsivo  del cellullare); insignificanti statisticamente le scelte di radio, letture ed approfondimenti, e anche quella personale (l’item parlava di ” conoscenza per mezzo di una persona di cui ti fidi” ). Prevalgono sulla politica interessi come lo sport, lo studio /la carriera scolastica, la musica: tra i maggiorenni anche “fare soldi” e le relazioni sociali, soprattutto tra i sessi.

Nella terza parte del questionario era richiesto di decidere tre interventi prioritari: al vertice appare la politica sull’emigrazione, seguono gli interventi sulle tasse, sulla promozione del lavoro, in particolare sul settore turistico ma anche sui trasporti (un problema che gli studenti vivono quotidianamente) e sulle politiche giovanili. Tra gli studenti di classe quinta si segnalano suggerimenti di politica economica, alcuni dei quali non banali.

Quali riflessioni dunque da queste feedback? Intanto, i ragazzi sono lo specchio di ciò che sentono in famiglia o nei luoghi di aggregazione sociali che frequentano: rappresentati completamente i commenti populisti e denigranti nei confronti degli immigrati, ma anche evidenti atteggiamenti anti politici (nei toni perentori tipici dell’adolescenza). Le fonti informative sono altamente indicative:  il ragionamento è ad uno o a due passaggi, si assorbe un “umore” più che una posizione dai social, oppure si prende per oro “la verità delle televisioni”.

Mancano forse le “agenzie formative” di una volta, come la Fuci o i gruppi giovanili di partito o addirittura luoghi di scambio e confronto come gli oratori. Quasi scomparse le tribune politiche familiari, anche nelle sue formulazioni più radicali, che un tempo erano assorbite o fortemente combattute dai giovani (’68 e post’ 68) Forse il disinteresse nasce dalla mancanza di una formazione profonda e incisiva da parte della scuola sulla dimensione dell’ essere cittadino. Il circolo vizioso della disinformazione genera il disinteresse ed esso a sua volta  inevitabilmente crea il populismo o il pressapochismo delle posizioni.

Quali soluzioni allora, quali percorsi? La scuola potrebbe probabilmente attivare un modus formativo più maieutico e meno nozionistico? La famiglia, di qualsiasi colore o arcobaleno che  sia, la quale dovrebbe fungere da base educativa, si può riprendere, per favore, il suo ruolo? Infine, la Politica, nel frattempo esplori i suoi canali, ritrovando autorevolezza e credibilità: arrivi, per esempio, tra la gente, nei luoghi frequentati dai giovani, per ascoltare esigenze e sogni, torni a spiegare  loro che disinteressarsi alla politica significa disinteressarsi alla vita, alla loro vita, fino a compromettere le loro scelte.
Potrebbe, inoltre, la politica definitivamente smettere di interessarsi a loro solo per procacciare candidature, perché “servono i giovani”, candidature alle quali i ragazzi giungono spesso impreparati e strumentalizzabili. Potrebbe finirla di barattare i loro voti con  qualche promessa, che rimarrà puntualmente delusa.

Queste, lungi dall’essere ricette pronte, solo alcuni dei pensieri interlocutori che mi sono posta e che rivolgo a chi legge, auspicando un dibattito sociologico serio. Certo è che, se non si agirà in qualche direzione e velocemente,  ascoltando i ragazzi e formandoli come cittadini e non come meri consumatori, la partita sarà davvero persa e loro non ci concederanno più neppure  la loro opinione, neppure di protesta, come  chiaramente si evince dalla risposta di una studentessa di 15 anni.