L’insostenibile leggerezza dell’essere giovani

Di Mattia Tedeschi

Bistrattati, demonizzati, “choosy”, schizzinosi, bamboccioni, mammoni, svogliati, nullafacenti e chi più ne ha più ne metta.  Cerchiamo di comprendere dove sta effettivamente la verità, siamo degli scansafatiche o figli di tempi confusi, instabili e in perenne cambiamento?

Analizzando i dati dei vari rapporti, emerge un quadro desolante che ci mostra come i giovani siano tra quelli che stanno pagando maggiormente la crisi dei nostri tempi e quelli che ne pagheranno di più le conseguenze. Secondo il rapporto 2017 sugli sviluppi dell’occupazione in Europa, dedicato agli squilibri generazionali, a questa generazione sono state negate opportunità di lavoro per le condizioni negative della società e a loro spetteranno sempre maggiori sacrifici da qui in avanti; i trentenni con un impiego hanno una retribuzione del 60% in meno rispetto ai colleghi over 60 e dovranno pagarsi le proprie pensioni con uno sforzo sicuramente maggiore e un risultato sicuramente minore delle altre generazioni.

Qualcuno obietterà che c’è ripresa e che l’economia riparte ma ci sono una innegabile crisi sociale e uno squilibrio generazionale che rischiano di scoppiare. I giovani affrontano numerose sfide nel mercato del lavoro che rispecchiano sia i cambiamenti strutturali sia le forme atipiche di lavoro ereditate dalla crisi. Si diffonde sempre più una visione pessimista del futuro: scompare in molti la capacità di sognare e avere degli obiettivi. C’è chi si perde, trovandosi solo e fuori da tutto: dall’istruzione, dal lavoro e dalla formazione. Sono i cosiddetti “Neet” – not (engaged) in education, employment or training – chi non studia, non lavora e non cerca lavoro: in Europa in media sono l’11,5%, in Italia il 19,9%, sempre aggiornati al 2017.

In Italia, poi, le cose peggiorano: il tasso di disoccupazione giovanile in Europa (15/24 anni) è al 18,7%, in Italia al 37,8%, il terzo Paese con il dato più alto. Da noi spesso si parla di generazione perduta o smarrita, i millennial ovvero i nati tra il 1981 e il 1996.  Una generazione che rischia di accumulare molta meno ricchezza dei genitori, che affronta difficoltà finanziarie completamente diverse rispetto alle generazioni precedenti, che rischia di non raggiungere la pensione e che deve far fronte a tassi elevati di disoccupazione, un costo della vita più alto e livello di indebitamento sempre maggiore.

Una generazione che non riesce dunque ad immaginare un futuro ed è costretta a rimandare le decisioni fondamentali per la vita di ogni uomo: l’indipendenza dai genitori, l’acquisto della propria abitazione e la creazione di una famiglia. Un giovane su tre è disoccupato, gli altri due lavorano molto spesso senza diritti, senza previdenza e tutele, molti sono costretti ad aprire una partita iva per diventare dipendenti. Nella maggioranza dei casi il lavoro è precario, o non è quello per cui si è studiato e si sono fatti dei sacrifici, non presenta prospettive di miglioramento e non è retribuito adeguatamente.

Dati di fatto non più ignorabili che impongono una seria riflessione e delle politiche concrete ed efficaci che diano speranza e futuro a questa nostra “generazione perduta” perché un Paese che non riesce a far immaginare un futuro ai propri giovani è un Paese destinato a morire.