La politica come professione. Max Weber è più che mai attuale

Di Edoardo Raimondi

Politik als Beruf – La politica come professione, di Max Weber fu scritto in un periodo cruciale della storia europea e mondiale e, rimane certamente un’opera che continua a offrire strumenti essenziali per la comprensione del nostro presente.[1]  Come ricorda Luciano Cavalli nella sua introduzione al volume, il testo, insieme a Wissenschaft als Beruf  (Scienza come professione) fu in origine una conferenza tenuta all’interno di un ciclo di incontri che si svolsero a Monaco, dal titolo generale Geistige Arbeit als Beruf –  Il lavoro intellettuale come professione.

Weber tenne la prima esposizione sulla Wissenschaft  il 7 novembre del 1917, la seconda sulla Politik, il 28 gennaio 1919. Di quest’ultima, dunque, è almeno uno il punto che mi sembra opportuno mettere in risalto, questione che emerge con forza dal testo stesso: come interpretare metodi plebiscitari e demagogici messi in atto da leader carismatici per guadagnarsi il consenso delle masse popolari?

Prima di tutto occorre definire cosa sia lo Stato moderno. Per Weber, esso si configura come «quella comunità umana che all’interno di un determinato territorio […] rivendica per sé (con successo) il monopolio dell’uso legittimo della violenza fisica» tant’è che “esso viene ritenuto l’unica fonte del «diritto» alla forza”.  Quale, dunque, la definizione di «politica» in tale contesto? Weber non usa mezzi termini: essa è «l’aspirazione a partecipare al potere o a influire sulla ripartizione del potere, sia tra gli Stati, sia, all’interno di uno Stato, tra i gruppi di persone che ne fanno parte».

Ne consegue che “governare” sia l’obiettivo principale che il politico deve porsi. Ed è a partire da qui che si innescheranno tutte le strategie possibili, essenzialmente conflittuali, per la presa di un potere che possa ritenersi legittimo. Occorre, allora, definire la natura di tale legittimità: quali, insomma, i tipi principali di giustificazione del dominio che l’autore individua all’interno della storia? Essi sono almeno tre: l’autorità dell’«eterno ieri», del costume osservato da «tempi immemorabili», che dà luogo dunque al “dominio «tradizionale»”; l’autorità derivata da ciò che viene definito un «dono di grazia» o «carisma», carattere “straordinariamente personale […]. Si tratta del domino «carismatico», come lo esercitano i profeti o, in campo politico, i condottieri eletti in guerra o i sovrani plebiscitari, i grandi demagoghi e i capi di partiti politici”. Infine, si ha dominio in virtù della «legalità», della fede nel valore dell’ordinamento legale e della «competenza» obiettiva, basata «su regole razionalmente formulate: in virtù, quindi, della disponibilità all’obbedienza nell’adempimento di doveri conformi alle norme stabilite».

Come sorge, tuttavia, l’organismo statale stesso? In origine, esso ha visto dappertutto, da parte di un principe, l’espropriazione a discapito di «privati» dei loro mezzi utili all’esercizio amministrativo su particolari territori, tanto che questo stesso lungo e lento processo espropriativo «corrisponde perfettamente allo sviluppo dell’attività capitalistica attraverso la graduale espropriazione dei produttori autonomi». La separazione conseguente del personale consono ad amministrare la macchina statale dà avvio, così, ad una vera e propria burocratizzazione dell’intero apparato di potere: è in questo preciso momento che inizia ad attuarsi la scissione tra chi vive per la politica – gli antichi Signori che possono permettersi di dedicare il loro tempo all’attività di cui è questione senza riceverne, in linea teorica, un beneficio economico – e chi vive della politica, gli espropriati, che, a determinate condizioni, si raduneranno attorno alla figura del principe espropriatore, unificatore, monopolizzatore, per offrirgli quindi consigli, sostegno, lavoro in seno agli organi dell’amministrazione. Il tutto in cambio di posti di prestigio, di compensi e di prebende: nel mondo occidentale nascono, pertanto, i politici di professione, coloro che si pongono al servizio di un capo. D’altronde, chiarisce Weber: “La direzione di uno Stato o di un partito attraverso persone che (nel senso economico della parola) vivono esclusivamente per la politica e non della politica, significa necessariamente un reclutamento «plutocratico» delle classi  politicamente dirigenti”.

Weber sviluppa allora un’ampia disamina di come si siano potute sviluppare tali forme di burocratizzazione dello Stato e delle organizzazioni politiche moderne, mettendo in luce quelle figure sociali che hanno segnato, in tal senso, il corso della storia occidentale. Se non fosse che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento europeo, l’assetto di gruppi e di associazioni pur sempre in mano a delle élite territoriali (per es. ai notabili, nel caso inglese) in lotta tra loro principalmente per l’accaparramento di posti in parlamento, iniziò a mutare. Una volta sorta l’organica forma-partito, in grado di direzionare e controllare i propri membri e i propri parlamentari, capace quindi di superare il tempo in cui «vi è politica solo nei periodi elettorali», si fa strada la figura del leader carismatico: si introduce, in tal modo, quella che l’autore definisce «democrazia plebiscitaria» – Weber si rifà in primis alla figura emblematica dell’inglese liberale Gladstone.

L’evoluzione di questo tipo di democrazia, che trova la sua legittimità nella fiducia che le masse concedono ad una personalità forte e intrinsecamente demagogica, portò di contro – e soprattutto negli Usa – ad una «dittatura che si basa sullo sfruttamento dell’emotività delle masse», da parte di capi che – legittimati «dal popolo contro chiunque, anche contro il parlamento» possono «esercitare il loro ufficio indipendentemente dalla sua fiducia o sfiducia».

Le pagine del testo proseguono, cercando soprattutto di dare una risposta al problema tutto moderno del rapporto tra etica e politica. E da qui l’ulteriore domanda: il politico deve tener fede solo alle sue convinzioni ideali (etica della convinzione) o deve esser responsabile circa gli effetti concreti di quel che va proponendo e pronunciando, magari proprio sulla scorta dell’onda emotiva delle masse (etica della responsabilità)? La risposta, per Weber, sta nel mezzo: in ultima analisi, queste devono restare due attitudini complementari, in modo da formare il vero uomo politico, colui “che può avere la «vocazione alla politica»” ancor più in epoche di crisi.

[1] Qui seguo la traduzione di Edmondo Coccia edita per Armando Editore, Roma 1997