Il doppio business delle frontiere sicure. Chiuse agli uomini, spalancate alle armi

Di Elisabetta Vicini

Pattugliamenti 24 ore su 24, navi equipaggiate delle più sofisticate tecnologie: radar, droni, strumenti di comunicazione ed armamenti all’avanguardia. Spese miliardarie sostenute dai paesi europei per mettere al riparo le frontiere dall’arrivo di migrazioni clandestine e un business imponente per le imprese della tecnologia di protezione.

Il mercato europeo della sicurezza delle frontiere nel 2015 è valso 15 miliardi di euro e si prevede che supererà i 29 miliardi nel 2022.[1] Il dato appare confermato dall’incremento dei finanziamenti per le frontiere e la migrazione che la Commissione Europea propone quasi di triplicare nel prossimo bilancio dell’UE relativo all’esercizio di lungo termine 2021-2027, portandoli, dai 13 miliardi del periodo precedente, a ben 34,9 miliardi di euro.[2]

Tutto questo per proteggere le nazioni da invasioni incontrollate, preservare le popolazioni europee, salvaguardarne le radici e l’identità dall’avanzata inarrestabile di masse migranti in costante arrivo. Flussi provenienti, però, dagli stessi paesi ai quali la spaventatissima Europa vende massicciamente armi che alimentano le guerre da cui i migranti fuggono.

Un altro imperiale business quello delle industrie di armi che è in aumento in tutto il mondo e che vede l’Italia primeggiare in Europa per incremento delle spese militari, +11 % nel 2016 rispetto all’anno precedente. Il mercato europeo delle esportazioni militari vale, complessivamente, oltre 86 miliardi di euro ed è indirizzato per circa il 30% verso le aree mediorientali e nordafricane da cui provengono i flussi inarrestabili di profughi. Per il resto, la principale zona di destinazione dei sistemi militari europei è il Medio Oriente, dove nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune del 2008, l’Europa esporta armi a governi che abusano dei diritti umani e a paesi coinvolti attivamente in guerre.

I due mercati miliardari, quello destinato alla produzione di tecnologie di controllo e prevenzione,  alla nobilissima difesa dei confini interni e quello destinato alla vendita di armi ai paesi esteri, pur idealmente contrapposti, razionalmente antagonisti, nel bizzarro estro del mondo reale, si stringono in un esiziale abbraccio dettando le regole della politica internazionale migratoria.

Il punto di connessione, il paradosso e la spiegazione insieme delle contraddittorie politiche europee in tema di immigrazione, infatti, sta tutta in un dettaglio: le industrie che detengono il controllo del mercato delle armi e quelle che producono gli strumenti di sicurezza, sono esattamente le stesse.

Tra i colossi del settore, la nostra Finmeccanica-Leonardo, una delle prime quattro aziende europee che esportano sistemi militari in zone di guerra, dal Medio Oriente al Nord Africa e nello stesso tempo una delle principali destinatarie dei finanziamenti finalizzati alla sicurezza delle frontiere. Come si dice, il cerchio si chiude a perfezione e il Giano bifronte dell’industria degli armamenti prolifera, alimentando una perpetua rincorsa tra promozione della crisi migratoria e difesa delle frontiere.

Non può essere un caso, del resto, che le navi delle Organizzazioni non Governative vengano messe sul banco degli imputati (anche in senso tecnico), osteggiate, respinte ed interamente sostituite dalle navi militari governative che setacciano le aree costiere, dotate di strumentari di altissima tecnologia, in cerca di vite da salvare.

Il 9 giugno scorso, la nave Aquarius, dell’Ong francese Sos Mediterranée, impatta, in Italia, contro il pugno duro di Matteo Salvini che, con un millantato atto di forza diretto nei confronti dell’Europa, chiude i porti agli sbarchi, costringendo i 629 migranti a bordo, ad altri otto giorni di sfibrante navigazione per raggiungere la Spagna.

Intanto, appena due giorni dopo, a Catania, approdano, da una nave della Marina militare italiana, oltre 900 immigrati, recuperati dalla guarda costiera italiana in sette diverse operazioni di intervento effettuate a largo della Libia. Questa volta senza che la tonante voce del Ministro dell’Interno emetta il benché minimo fremito.

Il 21 giugno nuova levata di scudi contro l’Ong Lifeline. Attendiamo il prossimo sbarco da navi italiane.

Per quanto noi, da qui, inveiamo gli uni contro gli altri, chi al grido di “prima gli italiani”, chi a baluardo delle anime neglette in mare, dietro le operazioni di facciata e marketing elettorale, dietro le decisioni nazionali, dietro le contraddizioni europee, c’è un’area di influenza di lobby la cui potenza economica è sufficiente ad orientare i governi e i loro rapporti internazionali.

Capace di indurli a dare una botta al cerchio e una alla botte, senza mutare gli assetti, affinché il cerchio continui a girare e gli affari anche.

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[1] Il rapporto “Guerre alle frontiere. I trafficanti di armi che guadagnano dalla crisi dei rifugiati in Europa”, Transnational Institute et Stop Wapenhandel ).

[2] https://ec.europa.eu/italy/news/20180612_bilancio_UE_frontiere_it