La liquefazione dei corpi intermedi a servizio della società liquida

Di Loreto Colageo

Siamo arrivati agli anni nei quali sono ambientati la stragrande maggioranza dei film fantascientifici che immaginavano un futuro ipertecnologico, sovraffollato e con il bisogno di nuovi approcci sociali e di governo delle masse. Oggi siamo probabilmente molto vicini a quelle società postmoderne descritte in molti romanzi e blockbusters dalle molteplici ambientazioni. Molti sono stati i pensatori e i visionari che hanno provato a descrivere “la società del futuro” e, tra questi, uno dei più importanti, se non quello con maggior profondità di visione, è di certo Zygmunt Bauman.

Non voglio soffermarmi nell’ennesima analisi del Bauman pensiero, non è questa la mia intenzione e non penso di potermelo permettere, bensì su come, per l’ennesima volta, questo pensiero-monito sia stato mal recepito o addirittura usato come mezzo improprio per l’affermazione politica su una massa sempre più informe di elettori.

In Italia abbiamo vissuto un susseguirsi di eventi che nella loro, spero, casualità hanno, di fatto, portato ad una delegittimazione dei ruoli sociali dei corpi intermedi.

La prima tessera del domino a cadere è stata di certo lo “scandalo della prima repubblica”: l’anomalia dell’ingresso in politica della stessa mano che aveva scoperchiato la “pentola di nefandezze” è stata, forse, il primo sfondamento di quel concetto fondamentale di “divisione dei poteri” in uno Stato. La permeabilità permessa in attesa del “salvatore”, la deroga a quei muri eretti a garanzia del funzionamento di uno Stato di diritto e democratico, ha forse minato nelle fondamenta tutto il castello della democrazia rappresentativa per come eravamo abituati a conoscerla.

La vera anomalia, però, sempre figlia delle stagioni di “mani pulite”, arriva col primo “partito impresa”; Forza Italia, infatti, per la prima volta propone una ricetta totalmente scevra da ogni forma di passato o ideologia, il primo partito “smart” (tanto per usare un altro termine abusato e forse privo di un reale, univoco, significato). Il successo di questa formula partitica, in cui ogni cosa è prima di tutto comunicazione e marketing, determina, a sua volta, una mutazione degli avversari, la sinistra storica e un centro di matrice cattolica che ad un certo punto decide di “istituzionalizzare” il “concetto di liquidità politico-elettorale” forse con lo scopo di recuperare i propri elettori sparsi nei “nuovi partiti moderni” che, nel frattempo, sono nati qua e là come piccoli cespugli informi.

Per farlo, però, bisogna rinunciare a qualcosa del proprio essere e si rinuncia alla propria storia come se tagliando le radici un albero potesse crescere anziché seccarsi e smettere di dare frutti; il rischio che non si vide fu probabilmente quello già compreso da Gramsci nell’avvisare che “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” se le decisioni e il potere sono nelle mani di troppi pochi individui.

Bene, anzi male, perché questo processo inesorabile e neppure tanto lento, accelerato com’è dalla nuova tecnologia 2.0 del web (altro canale che spacciandosi per interattivo dialoga in realtà 1:1), di delegittimazione del “gruppo omogeneo” riporta l’Italia alla vecchia ricerca del Vate, dell’uomo forte e risolutore che, già nel passato prossimo italiano, ha dimostrato i suoi immensi limiti e le sue incredibili aberrazioni. Arriva quindi la profonda crisi della storia e, dunque, delle ideologie e dei partiti che vengono sempre più visti come dei taxi che possono essere presi al volo dall’uomo forte e dalle idee FAST and SMART. Questi nuovi capibastone esperti in comunicazione sono oramai proprietari di una tifoseria talmente legata a quel personaggio e il relativo brand da essere giustificati se non addirittura compresi nei loro voltafaccia, cambi di casacca e opportunismi vari.

Distrutti i Partiti come li conoscevamo il successivo passo è stato quello di destabilizzare la base di tutti i corpi intermedi, quelle formazioni sociali che rappresentano e si autorappresentano in particolari settori o luoghi della società civile. Si è iniziato con i sindacati, accusati di non essere abbastanza elastici, moderni, capaci di adattarsi ai nuovi bisogni del mercato e ai ritmi della globalizzazione. La crisi economica prima e del lavoro poi hanno determinato il crollo delle rappresentanze dei lavoratori che, nel frattempo, per sopravvivere si sono aggrappati proprio alla giacchetta di coloro che li volevano annichilire con la nascita di moltitudini di sindacati che più che dialogare con “il padrone” ne condividono le strategie di sviluppo anche a scapito della massa lavoratrice e dei loro diritti e garanzie.

La società non è in cambiamento, la società è cambiata, è diventata io-centrica, si inizia a perdere la fiducia in tutto quello che aggrega perché visto come strumento in mano a qualcuno, si inizia a dubitare di ogni organismo di controllo e formazione sociale, dalla magistratura politicizzata, agli scandali nelle forze dell’ordine, fino alla distruzione del concetto stesso di “merito”, persino all’interno del sistema scolastico-formativo.

Oggi pensiamo di poter fare a meno dei corpi intermedi, perché inutili se non dannosi. La delegittimazione mediatica è costante: stipendi rubati, indennità esorbitanti, privilegi, interessi familiari e di potere, incapacità, connivenze, e chi più ne ha ne metta, questi sono ritenuti lenti ed “eccessivamente democratici”, dunque prolissi e inconcludenti. A dimostrazione di ciò nasce un movimento politico definito “di sola base” perché organizzato permettendo alla propria massa di decidere tutto, ogni singolo dettaglio della vita politica del movimento; una struttura senza intermediari, senza quell’ascolto piramidale fatta di elettori, circoli, segreterie, direzioni, segretario, che era in grado di fare una reale sintesi organica e generale dei bisogni e delle idee della propria base, sintesi che permetteva la proposta di soluzioni reali, integrate e persino realizzabili.

L’“uno vale uno” a cosa serve allora? Forse poteva avere lo spirito di non far sentire nessuno suddito, di far tornare la voglia a tutti di partecipare. Ho l’impressione che, per ora, venga usato soltanto per avere un’analisi di mercato più capillare e precisa, permettendo di produrre e propinare propaganda con capacità microscopica; è quello che fanno i social, uno strumento strumento bellissimo con il quale però cediamo gratuitamente tutto il nostro mondo, i nostri sogni e le nostre idee e per permettere a chi vende di sapere cosa produrre e dirci cosa desiderare.

A cosa servono allora i gruppi omogenei di ascolto e di sintesi? Nell’immaginario della massa sfiduciata e disperata, si perché nel frattempo hanno instillato la paura di non essere e soprattutto di non avere abbastanza per sembrare finalmente qualcuno o qualcosa che spesso non esiste proprio. Si sta uccidendo l’approccio del buon padre di famiglia per passare all’Io controllato dal cloud.