Rivoluzione tecnologica: lavorare meno ma lavorare tutti

Di Luca Gabriele Rossi

McKinsey stima che entro il 2030 l’automazione sarà in grado di sostituire circa 375 milioni di persone, il cui posto di lavoro è quindi in pericolo. Rischiano non solo gli operai, sostituiti da bracci meccanici, ma anche quei lavori che comprendono raccolta, elaborazione ed analisi dati: dai contabili agli assistenti legali, dagli impiegati agli addetti alla logistica.

Un’altra stima che la stessa società di consulenza ha prodotto è che, se si applicassero tutte le tecnologie ad oggi disponibili sostituendo integralmente o parzialmente macchine ad uomo, solo negli Stati Uniti il monte salari diminuirebbe del 51% con un taglio complessivo di 2 mila miliardi di dollari. Forse ha ragione la McKinsey dunque quando sostiene che il periodo di transizione che stiamo vivendo è paragonabile a quello vissuto ai primi del ‘900, con i contadini che iniziavano a spostarsi in città per lavorare nelle fabbriche.

Stringiamo però il campo dell’analisi e vediamo cosa potrebbe accadere in Italia; qui i dati li ha forniti un’altra società di consulenza: The European House-Ambrosetti. Lo studio stima che nel Belpaese la percentuale di lavoratori a rischio toccha il 14,9% pari a 3,2 milioni di persone.

Da queste analisi si evince però che in alcuni campi, come nel caso dei lavori tecnologici verranno creati posti di lavoro. Si dovrebbe dunque iniziare ad investire in formazione per permettere almeno ad una parte dei lavoratori che rischiano di rimanere senza lavoro di potersi ricollocare adempiendo ad altre mansioni. Sta crollando sotto i nostri occhi il sistema per il quale si studia e ci si forma nei primi 25 anni di vita e si lavora per i successivi 40-45. Serve, quindi, per rispondere a queste esigenze che gli Stati creino gli strumenti utili a ridistribuire i profitti che la tecnologia creerà in termini di maggiore produttività e minori salari pagati.

In questo senso la riduzione dell’orario di lavoro sembra essere la prima azione necessaria da compiere, e che avrebbe nell’immediato due effetti positivi: si darebbe il modo ai lavoratori di iniziare a formarsi in vista del processo di trasformazione del proprio posto di lavoro e, soprattutto nell’attuale situazione italiana, creerebbe immediatamente dei posti di lavoro nuovi andando ad abbattere il tasso di disoccupazione attuale. Ulteriore elemento a favore di una misura del genere, dimostrato dai molti studi prodotti negli ultimi anni, sarebbe quello per il quale un orario di lavoro ridotto abbia come effetto immediato un incremento della produttività e un crollo delle assenze dal lavoro per malattia o infortuni.

Vediamo allora qual è la situazione italiana cui si faceva riferimento sopra, rapportandola a quella degli altri paese occidentali. La riduzione dell’orario di lavoro potrebbe essere una risposta alla situazione attuale: “gli occupati sono pochi e lavorano troppo” si sente dire spesso, a ragione. Dai dati OCSE 2017 e considerando l’occupazione in relazione alla popolazione in età lavorativa e le ore medie lavorate annualmente per lavoratore in Italia gli occupati sono il 57,98 % e si lavora 1.722,6 ore ogni anno; in Germania gli occupati sono il 75,25% e lavorano “solo” 1.356,0 ore ogni anno. In Francia dove gli occupati sono il 64,72% lavorano 1514,0 ore annue. Questi dati andrebbero ovviamente messi in relazione con il Pil, lo stipendio medio, le ore lavorate complessivamente, oltre che letti in funzione della loro evoluzione negli anni per avere una rilevanza scientifica ma credo bastino al nostro scopo e cioè a dimostrare come ridurre l’orario di lavoro sarà sicuramente una necessità nel prossimo decennio.

Pensando alla cosiddetta rivoluzione tecnologica questa misura sarebbe utile già da ora come strumento di abbattimento della disoccupazione e di ridistribuzione del lavoro. Come si sarebbe detto anni addietro, Lavorare meno, lavorare tutti.