Non slogan ma una seria politica di riassetto del territorio

Di Matteo Corti

La valanga di Rigopiano, le difficili condizioni meteo dell’inverno passato, i violenti incendi dell’estate 2017, i costanti allagamenti che nei mesi autunnali mettono regolarmente in ginocchio le nostre campagne e città. Tutti questi avvenimenti ci ricordano quanto sia urgente la messa in sicurezza del nostro territorio.

In Italia l’80% dei Comuni ha case, scuole e ospedali in zone a forte rischio idrogeologico, franose o tra letti e rive dei canali. Purtroppo il tema della tutela e della messa in sicurezza del nostro territorio, sempre al centro del dibattito politico e trasversalmente analizzato nelle numerose campagne elettorali susseguitesi negli anni, indipendentemente dal colore e dall’appartenenza politica del soggetto promotore, è sempre stato affrontato in maniera superficiale e con molti slogan.

La tutela del territorio e la sua messa in sicurezza rappresentano in realtà qualcosa in più di un semplice “leit motiv” politico utile a guadagnare qualche voto, da tirar fuori nella congiuntura del momento ogniqualvolta si verifichi un disastro ambientale di grandi proporzioni. La salvaguardia del nostro territorio rappresenta una questione primaria di carattere strutturale che imporrebbe interventi mirati e spalmati su un arco temporale di alcuni anni. Chiaramente una soluzione di questo tipo richiede un cambio netto di mentalità riguardo l’approccio da tenere rispetto all’ambiente e al territorio che ci circondano.

Non dimentichiamo che buona parte dei disastri ambientali che si sono succeduti negli anni, il più delle volte sono dipesi da due fattori:

– la totale assenza di una qualsiasi politica di prevenzione;

– l’aver considerato per decenni il territorio solamente come un bene consumabile ai fini della speculazione edilizia: interi fiumi e torrenti sono stati nel corso degli anni deviati o tombati, intere montagne sono state disboscate, sacrificando sull’altare dello sviluppo economico quel delicatissimo equilibrio che la natura aveva costruito nei secoli.

Ecco quindi che, una condizioni meteo più avverse della media, unite allo stravolgimento dell’ecosistema e alla cattiva manutenzione del territorio generano inondazioni, frane, smottamenti con i conseguenti lutti e danni milionari, spesso di gran lunga superiori a quelli che sarebbero stati necessari a garantire la messa in sicurezza.

Per onestà intellettuale dobbiamo precisare che una tale situazione è stata resa possibile anche dal contesto normativo ed istituzionale di riferimento, molto poco definito se non, in alcuni casi, addirittura confusionario: il riparto di competenze non completamente chiaro tra Stato e Regioni in materia territoriale, con la “tutela dell’ambiente” in mano statale e il “governo del territorio” in mano regionale, la presenza di leggi urbanistiche e di tutela ambientale (anche di recente introduzione) dettate più dall’esigenza del momento che non da valutazioni strutturali di lungo periodo e infine la presenza di strumenti urbanistici locali, come i piani regolatori, operanti a compartimenti stagni tra un ente comunale e l’altro, hanno prodotto il risultato che tutti conosciamo: un’urbanizzazione selvaggia in barba a qualsiasi buona regola di governo del territorio.

Insomma, arrivati al 2018 in un contesto di questo tipo, si  rende più che mai  necessario un cambio di passo netto sull’argomento, da operarsi innanzitutto, attraverso l’approvazione di una legge quadro nazionale che, nell’ambito del riparto di poteri tra Stato e Regioni sul tema della tutela del territorio, fissi una serie di principi cardine cui uniformare le varie legislazioni regionali, in modo da assicurare uniformità circa i criteri da impiegare nella salvaguardia del territorio.

Chiaramente un intervento di questo tipo, che rappresenta senza dubbio un primo punto di partenza, non è tuttavia da considerarsi sufficiente a garantire un adeguato standard di tutela. Ciò che si rende davvero necessario è lo sviluppo di “un piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio” che contempli interventi infrastrutturali importanti e su larga scala diretti alla manutenzione della rete idrografica e delle aree boschive, alla messa in sicurezza delle zone sottoposte ad eventi franosi e, per quanto possibile, al riuso delle aree già edificate con interventi mirati al recupero e alla messa in sicurezza dell’esistente, nell’ambito di un processo di riqualificazione del tessuto urbano diretto ad evitare l’impiego di ulteriore suolo vergine.

Investimenti di questo tipo, oltre ad assicurare finalmente una politica adeguata di salvaguardia e di messa in sicurezza del territorio, garantirebbero anche la nascita di nuovi posti di lavoro. L’Anbi (Associazione nazionale bonifiche e irrigazione) ha stimato che la messa in sicurezza delle 2.943 aree a maggior rischio nel Paese potrebbe vedere la nascita di nuovo lavoro per circa 50 mila persone.

Insomma, senza entrare nei tecnicismi che interventi di questo tipo impongono, si può senza ombra di dubbio sostenere che vi è la concreta possibilità di affrontare e risolvere l’annoso problema della messa in sicurezza del nostro territorio, purché si provveda in tempi rapidi a sostituire, sotto il profilo concettuale, l’annosa politica dell’emergenza che da sempre ha impregnato la nostra cultura, con una ben più moderna e sostenibile cultura della prevenzione.