Benvenuti nell’era della post-ideologia

Di Angelo Riccitelli

Il governo nato dall’accordo tra Lega e Movimento 5 stelle è il primo governo, dal secondo dopoguerra italiano, auto-definitosi post-ideologico. Sin dalla sua nascita, infatti, il M5S ha avocato a se’ la categoria della “post-ideologia” sia per bocca dell’attuale capo politico Luigi Di Maio che del co-fondatore Beppe Grillo, facendo più volte riferimento al tramonto delle categorie destra/sinistra. La caratterizzazione post-ideologica del Movimento, ad oggi, sembra quindi un dato di fatto acclarato tanto fra gli elettori, quanto fra i suoi esponenti politici. Anche nella comunicazione della Lega, nel corso dell’ultimo anno, è diventato centrale il motivo della rivoluzione del “buon senso”. I leghisti hanno di fatto rivendicato per se’, come unica “ideologia”, il pragmatismo, il buon senso e la concretezza.

Proprio per tali ragioni il primo e più significativo intervento legislativo del governo, il Decreto Dignità, sorprende perché povero, ad un’analisi approfondita, di risoluzioni pragmatiche. Accanto ad alcuni dispositivi, come il divieto di pubblicizzazione del gioco d’azzardo, sui quali è molto difficile non essere d’accordo,  sulle altre misure, come le norme sui contratti a termine, sembra esserci invece poco pragmatismo e molta ideologia. La norma che si propone di restringere l’applicazione dei contratti a tempo determinato, solo a titolo d’esempio, si presta ad un’interpretazione di “destra” e ad una “di sinistra”. Nel primo caso le previsioni metterebbero maggiormente l’accento sul probabile aumento della disoccupazione per via della minore flessibilità richiesta dalle imprese. Nel secondo caso, una narrazione di sinistra, interpreterebbe, molto probabilmente, questa misura, come incentivante per la crescita dei contratti a tempo indeterminato e la riduzione del precariato.

Un approccio post ideologico e scientifico del problema in esame potrebbe essere invece, quello di capire attraverso delle ricerche mirate sul campo in quali settori una norma di tale tipo si tradurrebbe in aumento della disoccupazione, e in quali settori e situazioni si realizzerebbe, al contrario, un aumento dei contratti a tempo indeterminato e la riduzione del precariato. Si è scelta invece una strada con un’apparente connotazione ideologica senza fare i conti con il paese reale. Si è addirittura evocata una “manina” che avrebbe confezionato ad arte e con criteri non scientifici, la relazione tecnica dell’INPS sulle stime di impatto. Si può definire questo approccio realmente post-ideologico e pragmatico?

Un discorso molto simile potrebbe essere fatto per la reintroduzione delle causali per i licenziamenti. Fermo restando che in Italia restano i divieti specifici e fondamentali contro i licenziamenti discriminatori o per rappresaglia,   l’eliminazione delle causali potrebbe essere vista tout court come misura pro-business e contro le tutele dei lavoratori. Ad uno sguardo più attento, anche qui la realtà è più complessa delle semplificazioni di sorta.

La reintroduzione della causale, per i contratti oltre i 12 mesi, in breve, consiste nell’imporre al datore di lavoro l’obbligo di indicare il “giustificato motivo oggettivo” di una sua scelta, che sarà poi soggetta al controllo giudiziale. Come nota il giuslavorista Pietro Ichino “il “motivo oggettivo” del licenziamento consiste, nella quasi totalità dei casi, nell’interesse dell’imprenditore a evitare una perdita futura nel bilancio del singolo rapporto di lavoro, e il controllo che il giudice esercita sul consiste essenzialmente nella valutazione che la perdita attesa sia di entità tale da giustificare il sacrificio del “diritto al lavoro” del singolo interessato. Non qualsiasi perdita attesa infatti può giustificarlo. Qui sorge un primo problema: qual è la soglia oltre la quale la perdita attesa giustifica il licenziamento? La legge non lo dice. L’esito del giudizio dipenderà dunque dall’orientamento pro-business o pro-labor di chi deve decidere la controversia. E già questo è un esito assai poco apprezzabile, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’equità. Ma c’è un altro problema: l’attesa di una perdita dalla prosecuzione del rapporto dipende da un insieme di valutazioni, in gran parte qualitative, che molto difficilmente sono suscettibili di essere verbalizzate negli atti di un giudizio, e tanto meno dimostrate. Se si rinuncia alle valutazioni non suscettibili di verbalizzazione, si accetta una sostanziale burocratizzazione del rapporto: una sua almeno tendenziale equiparazione al rapporto di lavoro pubblico”. L’intenzione quindi del legislatore di proteggere maggiormente i lavoratori potrebbe tradursi, in estrema sintesi, in un aumento del contenzioso giudiziale.

Più pragmatica sarebbe stata la scelta dell’imposizione di un costo di separazione che funga da deterrente per l’imprenditore, azzerando l’utilità del licenziamento e impedendolo in modo automatico, efficace e trasparente. Un filtro, il costo di separazione, di certo maggiormente pragmatico e decisamente post-ideologico, per un governo autodefinitosi tale.

Anche la scelta di un termine così’ “evocativo” e impegnativo, la parola dignità, sembrava dovesse presagire a scelte molto più forti, rivoluzionarie, di cambiamento. Il decreto invece, nonostante alcune buone intuizioni e disposizioni che vanno riconosciute, non sembra però essere all’altezza del solenne impegno contenuto nel titolo.   Il primo, più importante provvedimento del governo giallo/verde è venuto alla luce dando prova della solidità della maggioranza che lo sostiene. Non sembra però ad oggi averne chiarito la direzione di marcia.

Molti sono i dossier che verranno affrontati dopo la pausa estiva, molti dei quali riproporranno l’interrogativo. Di fronte ai dossier TAP, TAV, di fronte alle richieste americane di aumento delle spese militari, di fronte alla prudenza del ministro Tria sulla necessità di tenere in ordine i conti, quale approccio prevarrà? Un approccio prudente e responsabile o uno provocatorio e spregiudicato? Un approccio pragmatico e concreto o demagogico e fumoso?  La risposta è dietro l’angolo, tutto è possibile nell’era della comunicazione e della presunta post-ideologia.