La Via sacra dei Peligni, fare rete si può

Di Alessandro Bencivenga

Quando in una serata tra amici – o anche in un contesto più formale – capita che nella discussione entri a gamba tesa l’argomento archeologia, le reazioni degli interlocutori sono essenzialmente di due tipi: entusiasmo – a volte anche smodato, del tipo “quando ero bambino anch’io volevo fare l’archeologo!”, salvo poi scoprire che si tratta di liberi professionisti che  guadagnano molto più di quanto un “povero” archeologo possa mai immaginare di guadagnare nella propria vita e che spesso hanno trovato lavoro più facilmente di quanto abbiano fatto migliaia di archeologi negli ultimi trent’anni – oppure totale disinteresse, se non addirittura menefreghismo condito da sarcasmo. Qualcuno arriva a dire perfino “ma che ce ne dobbiamo fare di tutte queste pietre?”.

Ecco perché l’idea di incentivare l’afflusso turistico in un determinato territorio facendo leva sulle risorse già presenti in ambito archeologico può sembrare a qualcuno una sfida impossibile. A qualcuno, ma non a chi ha affiancato ad una discreta formazione nel campo dell’archeologia, un’esperienza ultra decennale di volontariato nell’ambito dei beni culturali, anche a livelli dirigenziali, nonché alcune significative esperienze lavorative (in particolare presso il Centro Regionale Beni Culturali); per questo, quando tre mesi fa ho avuto il privilegio di assumere un incarico nell’Amministrazione Comunale di Sulmona, la mia città, con la delega alla Cultura e al Turismo (che in molti dei nostri Comuni sono pressoché inscindibili), uno dei miei primi pensieri è stato quello di mettere a frutto ciò che avevo imparato in questi anni di studio, lavoro e amore per la nostra terra. L’obiettivo è quello di cercare di dare concretezza ad un’idea, un mostro mitologico, che ricorre sovente nei discorsi pubblici e privati, siano essi politici o no: il fare rete.

Nel mio caso non è stato difficile individuare i soggetti da cui partire per creare una serie di connessioni, perché cinque comuni dell’area un tempo abitata dal popolo italico dei Peligni ospitano nel loro territorio una o più aree archeologiche riconducibili ad un luogo di culto, pagano o protocristiano (Cansano, Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo e Corfinio, oltre alla già citata Sulmona). Si tratta perlopiù di siti ben tenuti e fruibili, a volte non senza difficoltà, in alcuni casi fuori dagli itinerari turistici maggiori e quindi poco noti e ancor meno visitati, malgrado non abbiano nulla da invidiare alle tante altre aree archeologiche presenti nel nostro Paese.

Se è vero, come sosteneva José Saramago, che “due debolezze non fanno una debolezza maggiore, ma una forza nuova”, immaginate che possono fare cinque piccole forze, se vengono spinte ad andare oltre i propri confini e a dialogare con altre realtà simili, opportunamente guidate e coordinate da una sapiente cabina di regia, rappresentata dagli enti periferici del MiBAC (ossia le due Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il tramite dei Funzionari di zona), e con il supporto fattivo della DMC “Terre d’Amore in Abruzzo”, braccio operativo della Regione in ambito turistico.

È un piccolo sogno – chiamiamolo “La via sacra dei Peligni” – nato circa un mese fa da questi cinque comuni del centro Abruzzo che hanno risposto all’invito, ma è anche il segno che qualcosa sta cambiando e che lo sterile campanilismo che ha solo arrecato danni al nostro territorio può e deve essere superato. Basta un progetto valido, dal quale tutti gli attori coinvolti non possono che trarre benefici. Qualche esempio: cartellonistica dalla grafica univoca e facilmente riconoscibile dai turisti, ma prima ancora coordinamento tra gli enti coinvolti e le associazioni, che spesso garantiscono l’apertura delle aree, un biglietto unico per tutti i siti che comprenda anche una convenzione col trasporto pubblico regionale per permettere ai visitatori di spostarsi agevolmente tra un sito e l’altro. Infine l’auspicata nascita di una cooperativa di giovani archeologi amanti ed esperti della materia, pagati per occuparsi a tempo pieno di accogliere i turisti e accompagnarli lungo la “via sacra dei Peligni”, permettendo loro di conoscere un territorio ricco di storia e di arte.

È un primo passo, ma non è l’unico: in cantiere ci sono altri itinerari e quindi altre reti (quella dei castelli, per esempio), nelle quali saranno coinvolti altri comuni ed altre associazioni, con l’unico intento di rendere questo territorio sempre più attrattivo e accogliente. L’unione fa la forza, crediamoci!