Ripartire da Genova

Di Antonio Paolitto

Ho ancora negli occhi le immagini del disastro e quel profondo senso di ingiustizia che porta a chiederti quali siano le cause, ma a quello ci penserà la Magistratura, come sia possibile sopravvivere passando una frazione di secondo prima del crollo o fermandoti giusto in tempo; frazioni di secondo che portano quasi a vergognarsi di essere miracolati.

Fatte queste premesse, occorre essere lucidi, fare la conta dei danni e ripartire dallo stato dell’arte: Genova è a pezzi, il crollo di quel ponte simboleggia la caduta morale ed economica di una città; Genova è una parte fondamentale dell’Italia (inutile rievocare la storia del triangolo industriale Milano/Torino/Genova per far capire quanto sia importante) che non può essere lasciata sola e deve rialzarsi immediatamente. Parafrasando Garibaldi, “qui o si rifà Genova o si muore!”.

Se perdiamo Genova, perdiamo l’Italia: in gioco non c’è solo il futuro di una città provata ma dell’intero Paese, che deve saper dare le giuste risposte a una popolazione affranta e turbata.

Partiamo allora da alcuni principi da seguire per riportare la città della Lanterna al posto che merita: sono naturalmente suggerimenti, senza alcuna pretesa di esaustività.

1) Fiducia nella Magistratura

Accertare le cause di quel crollo non è cosa facile e rapida: lasciamo lavorare la Magistratura (e i suoi ausiliari) in silenzio e nel rispetto dei tempi giusti, quelli che consentono di arrivare alla verità.

Non c’è giustizia che possa riportare in vita i propri cari, non c’è risarcimento che tenga di fronte alla morte: tuttavia la giustizia sommaria e forcaiola non conduce da nessuna parte. In uno Stato di diritto le sentenze sono emesse dai giudici, che in caso di ignoranza tecnica si affidano a esperti del settore (i periti) per raccordare la conoscenza tecnica a quella giuridica: siamo dunque in buone mani.

D’altro canto, occorrerà evitare la “corsa al protagonismo” che il c.d. “caso della vita” potrebbe creare. Sono certo tuttavia che dinanzi ad una tragedia simile, si saprà lavorare in silenzio e con umiltà per arrivare a verità e giustizia condivisa.

2) No al sensazionalismo e allo sciacallaggio politico sui morti

In tal senso, purtroppo, la politica ha già fallito: dinanzi a tragedie del genere bisognerebbe stare zitti, rispettare il dolore altrui, portare il giusto conforto alle vittime e provare a ripartire con soluzioni concrete; esattamente il contrario di ciò che sta accadendo.

Troppo facile sbraitare, urlare, minacciare ricorrendo alla giustizia sommaria: squallido tirare in mezzo le attuali opposizioni, additandole come responsabili della tragedia e complici di Autostrade e dei Benetton. Si rischia in tal modo di fare brutte figure: per esempio, si può scoprire che la Lega ha avuto i Benetton come finanziatori, che il premier Conte ha effettuato attività legale in favore di Autostrade e che il Movimento 5 Stelle a Genova e al MIT è sempre stato contrario alla costruzione della Gronda, opera che avrebbe potuto tranquillamente alleggerire – se realizzata – il traffico sul ponte Morandi; non proprio una gran prova di onestà intellettuale e di coerenza politica.

Occorrerebbe, piuttosto, riflettere sul fatto che la maggior parte delle esequie siano state celebrate privatamente, senza il funerale di Stato: politicamente, un segnale di sfiducia nei confronti dello Stato del quale la classe dirigente dovrà tenere debito conto. Sul fronte del sensazionalismo, anche la promessa di Autostrade di ricostruire un nuovo ponte in soli 8 mesi appare più uno slogan politico che una operazione fattibile: in Italia, si sa, ogni promessa è debito; per il bene economico e sociale di Genova, spero che sia realizzabile e non resti il frutto di parole al vento.

3) Concretezza, non chiacchiere

In definitiva, servono azioni concrete e durature per il rilancio della città, non promesse o minacce irrealizzabili. In tal senso, il contributo di mezzo miliardo di euro che Autostrade ha già stanziato è indubbiamente un fatto concreto.

Ci saranno tempi, modi e sedi adeguate per accertare le responsabilità; resta intanto il gesto, che unito ai fondi emergenziali stanziati dal Governo porta a 528 milioni di euro i primi fondi a disposizione della città, occorre spenderli subito e bene. Trovare un alloggio agli sfollati, non lasciare la città e il porto isolati dall’Italia e dall’Europa, creare una mobilità infrastrutturale alternativa. Sono queste le principali sfide che il Governo deve affrontare, al netto di sterili polemiche. Lavorando di squadra, per il bene comune, tutto questo sarà possibile, diversamente, sarà la fine.

4) Prevenire è meglio che curare

Occorre evitare che si verifichi un’altra Genova. Qui il discorso più che politico e giuridico diventa morale e culturale: l’Italia deve smetterla di svegliarsi solo dopo le tragedie; un Paese sviluppato non può permettersi di vivere nell’emergenza, ma deve imparare a programmare. I controlli e le manutenzioni non vanno fatti solo nella disgrazia, ma devono diventare attività di ordinaria amministrazione.

Ma questa, forse, è pura utopia