Di Marcello Secone

La questione morale è stata uno dei temi centrali della storia primo repubblicana: un’epoca profondamente scossa dalla stagione degli scandali, dal caso Sindona fino alla P2. La lungimiranza dell’allora Segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, lo aveva portato a innalzare la stessa questione morale a stendardo della sinistra, facendone un fondamentale pilastro già dalle delicatissime elezioni politiche del ’76: le elezioni tristemente passate alla storia per il fenomeno dei “nasi turati” tanto auspicati da Montanelli. Ma cos’è davvero la questione morale? E perché rimane un tema così attuale?

Lo stesso Berlinguer, in una memorabile intervista del 1981 a Eugenio Scalfari, la definì <<il centro della politica italiana>>. Quello di cui parlava il Segretario, era un rinnovamento delle logiche e delle pratiche partitiche, totalmente contrapposte a quei sistemi clientelari che tanto avevano lacerato il tessuto democratico e costituzionale; quegli sporchi fenomeni avevano minato le basi della partecipazione: creando vincoli costruiti su un misto tra nepotismo e favoritismi tra elettori ed eletti, aveva fatto vacillare i principi costituzionali che vedono i partiti come veicoli del consenso e non come invasori abusivi delle istituzioni, e aveva generato una pericolosa base di sfiducia nelle istituzioni il cui prezzo scontiamo tuttora in maniera drammatica. La manifestazione sintomatica dell’insoluta questione morale non esaurisce qui la sua portata, che si accentua ancor di più, se pensiamo che il Movimento 5 Stelle ha costruito il suo larghissimo consenso su un qualcosa di simile. La declinazione giustizialista e incoerente data dal primo partito alle politiche del 4 Marzo scorso, traccia certamente il discrimine tra le due difformi visioni, il cui unico punto comune rimane la delusione. Nonostante ciò e tutto quello che gli ruota attorno, il tema della questione morale ha saputo scaldare le folle e conquistare la fiducia di una porzione enorme di elettorato, scontento di una politica che lottizza e spartisce il consenso, talvolta in maniera esasperata. Questo aspetto può farci riflettere sulla indubbia sagacia del gigante che è stato Berlinguer, ma ancora di più, può aiutarci a dare una strada alla sinistra più disorientata di sempre: per riflettere sugli errori commessi, e per donare nuova luce in quello che si prospetta un tenebroso futuro.

Ma questa enorme sfida non può mancare di una rinascita della coscienza civile, che a sua volta non può che essere guidata da un partito capace di far maturare nella società gli ideali di giustizia (non giustizialismo), equità e progresso. Abbiamo già capito, a malincuore, che non si può pretendere responsabilità e sacrificio dall’elettorato senza veicolare il messaggio; non si può esigere la comprensione da parte di chi è davvero in difficoltà attraverso uno slogan; la realtà va spiegata approfonditamente e in maniera chiara, cercando di arrivare alle menti e al cuore degli elettori, non accontentandosi della pancia.

Come si può raggiungere l’obbiettivo allora, se non dando l’esempio? Cosa può darci un nuovo valore se non una nuova sfida?

Quello che manca, a mio parere, potrebbe essere quel ‘premier homme’ che Albert Camus descrive nel suo ultimo e incompleto manoscritto. Un uomo capace di ritornare sui suoi passi, ritrovare le proprie origini, riscoprire l’ideale che sopravvive in fondo a sé stesso. ‘Un essere umano libero di contrastare quello che la storia ti dà come dono e, talora, come condanna. Spesso, infatti, gli eventi ti obbligano a vivere qualcosa di cui non sei responsabile’. E’ forse questo il ruolo che è mancato alla sinistra, che è sembrata arrendevole e fin troppo avvezza al compromesso. Solo un leader e una classe dirigente inclusiva potranno interpretare questa nuova collocazione. Attori che siano interpreti certo, ma non a senso unico: che propongano un nuovo modello, ma che ci aiutino a spiegare noi stessi e l’elettorato tutto, parlando ai singoli e regalando una nuova coscienza di classe ad una società in continuo mutamento. Insomma una sinistra guidata e plasmata da uomini capaci di comprendere la situazione, per poterla affrontare proponendo un nuovo modello: per se stessa e per chi la pratica ogni giorno.

Anche in questo caso possiamo comprendere meglio la portata di questo pensiero, grazie alle prime pagine che leggiamo silenziosi tutte le mattine: la figura che Matteo Salvini è riuscito a dare al suo elettorato in costante crescita, è tutta imperniata sulla sua figura di “homo italicus”, uomo forte e fermo che rifiuta il compromesso. Certamente non un’idea tra le più originali, che non ha nulla da spartire con l’eroe di Albert Camus, ma che anche qui palesa l’esigenza che più di tutte ha in questo momento la società, e cioè quella di essere condotta sottobraccio attraverso un momento storico pieno di contraddizioni, disparità sociali e conflitti. Proprio per la nostra anima progressista, non possiamo lasciare che il futuro sia solo un passato con abiti nuovi: dobbiamo impedire che si inneschino certe dinamiche, abbiamo la responsabilità di proporre noi questo nuovo modello, non lasciarci spedire nell’accozzaglia che è ‘l’alternativa’! Dobbiamo costruirla autonomamente, dobbiamo avere il coraggio di rischiare per poter tornare ad essere credibili, dobbiamo tornare a parlare con chi non ha più nulla da dirci. Cerchiamo con coraggio questo primo uomo dentro di noi, per il futuro del nostro paese ancor prima che per il rilancio della sinistra.