La domenica del villaggio

Di Elisabetta Vicini

Ammettiamolo: se un datore di lavoro è scorretto e solito forzare i limiti contrattuali nei giorni festivi, tendenzialmente, continuerà a farlo anche dal lunedì al sabato. Precludendogli la possibilità delle aperture domenicali, confineremo la sua condotta illecita entro sei giorni settimanali piuttosto che in sette, ma difficilmente riusciremo a trasformarlo nel probo imprenditore che tutti sogniamo.

La risposta alla violazione delle tutele dei lavoratori non potrà mai essere trovata nella chiusura domenicale e festiva dei centri commerciali. L’ottemperanza alla congrua turnazione tra dipendenti, che ne garantisca la rotazione nelle giornate di festa, il rispetto degli orari di lavoro, dell’adeguata retribuzione di festività e straordinari, non si ottiene con i divieti di apertura, ma vigilando sulla corretta applicazione delle norme e dei contratti collettivi esistenti ed, eventualmente, applicando correttivi al sistema di tutele.

Veniamo alla seconda delle considerazioni poste a fondamento del disegno di legge in via di discussione, quella relativa alla presunta salvaguardia delle famiglie. Le prerogative dei dipendenti dei centri commerciali, non sono dissimili da quelle di molti altri lavoratori che, fuori dalle gallerie, continuerebbero comunque a lavorare di domenica e negli altri giorni festivi. Dipendenti di bar, ristoranti, alberghi, edicole, cinema, teatri, musei, a mero titolo esemplificativo. Lo stesso dicasi anche per i lavoratori di enti che forniscono servizi essenziali, a meno di voler ritenere che le famiglie di questi ultimi siano sacrificabili, in nome dell’utilità del servizio da loro prestato. Dovremmo spendere poi una, quantomeno minima, considerazione per la sorte di tutti i lavoratori che affrontano anche la turnazione notturna.

Una volta chiusi i centri commerciali nei giorni di festa, come salveremo le famiglie di tutti questi altri lavoratori turnisti? Rectius: come si sono salvate finora, visto che la maggior parte di loro lavorava la domenica già prima del proliferare delle gallerie commerciali? La risposta credo si trovi nelle premesse e certamente non nella chiusura domenicale.

L’analisi comparativa, promossa dall’Istituto Bruno Leoni[1] sulla situazione europea, dimostra che, sul totale di 28, oggi sono 15 i paesi dell’Unione che prevedono, come in Italia, la totale liberalizzazione degli orari di apertura (Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lituania, Lettonia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Danimarca).

Nessuno dei Paesi europei, in generale, impone un divieto totale di vendita e le nazioni che mostrano le regolamentazioni più rigide sono anche quelle più ricche. A riprova del fatto che le proibizioni sono un lusso che l’Italia, forse, non può permettersi, perché la possibilità di aprire la domenica è un dato innegabilmente positivo per l’efficienza delle imprese, per i servizi resi ai consumatori e, soprattutto, per le prospettive occupazionali.

Potremmo provare, comunque, ad apprezzare il ddl, illudendoci che questo possa, almeno, indurci a “rallentare”. Possa promuovere, cioè, in misura collettiva, quella tanto agognata slow life che la liberalizzazione degli orari di apertura sembrerebbe aver distrutto. Potremmo anche ritenere che le chiusure ripristinerebbero una corretta concorrenza tra piccoli negozi e centri commerciali. Potremmo sì, se dimenticassimo che è l’e-commerce il più eccezionale, temibile, ma soprattutto inarrestabile, competitor degli esercizi al dettaglio.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Fate un sondaggio tra i vostri conoscenti con prole in età scolare e verificate quanti di loro hanno acquistato e ricevuto i libri di testo senza muovere altro che i polpastrelli, per pochi, semplici click. Anche di domenica.

Ammettiamo pure questo, dai: nemmeno barricati in casa per tutta la giornata smetteremmo di cercare il metodo di approvvigionamento più veloce, comodo, semplice ed economico. Probabilmente, al contrario, sostituiremmo lo shopping al centro commerciale con il rapidissimo ed isolato shopping online, perdendo perfino quella residua forma di socialità e rilassatezza che, comunque, il primo conserva, con le sue chiacchierate a guardare le vetrine, a prendere un gelato, ad incontrare persone, seppure entro spazi artefatti e consumistici.

Sembra assurdo, ma temo che finiremmo per rimpiangere perfino le “passeggiate domenicali” al centro commerciale. In barba a tutto ciò che è slow e concorrenziale. Il ritorno al sabato (o meglio la domenica) del villaggio è, in definitiva, difficilmente proponibile e, certamente, non si potrà imporre per atti d’imperio.

Se un obiettivo sano e credibile ci si può porre, invece, per indirizzare le comunità verso stili di vita meno consumistici, sarebbe quello di aiutare le amministrazioni locali a rendere più fruibili le città  e gli spazi di queste dedicati alla socialità, i borghi e gli spazi naturali. Promuoverne l’arricchimento  di servizi ed iniziative culturali-ricreative che offrano alle famiglie alternative valide agli alienanti circuiti dei centri commerciali e le inducano a trascorrere le domeniche libere (anche se non potranno essere proprio tutte, pazienza!) in altre più edificanti attività o in una serena e socializzante inattività.

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[1]   http://www.brunoleonimedia.it/public/Focus/IBL_Focus_293-Mitra.pdf