Penultimi in Europa per numero di laureati. Torniamo a investire nell’istruzione

Di Luca Gabriele Rossi

L’Eurostat ci ha ricordato che anche quest’anno l’Italia è penultima in Europa rispetto alla percentuale di cittadini tra i 26 e i 34 anni ad aver conseguito una laurea (26% contro una media EU del 38%), peggio di noi solo la Romania. Il motivo di tale traguardo negativo è da ricercarsi in un altro rapporto dello stesso istituto che ci racconta come l’Italia sia penultima anche negli investimenti sull’università (0.3% del PIL contro una media EU dello 0.8%). Risulta evidente come per le famiglie la laurea sia sempre meno una priorità di investimento se il primo a tagliare è proprio lo Stato e se quel tanto agognato “pezzo di carta” non è più in grado di garantire un posto di lavoro gratificante e ben retribuito. Continuiamo a crescere in maniera drammaticamente lenta restando ben distante dell’obiettivo del 40% di laureati fissato da “Europa 2020”.

Altro dato negativo che l’Eurostat mette in evidenza è quello sulla dispersione scolastica: in Italia il 14% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non ha raggiunto un diploma di scuola superiore a fronte di un obiettivo europeo del 10%. Su questo incide il fatto che le scuole hanno smesso di essere luoghi di inclusione, interazione e integrazione, fondamentali in determinati contesti territoriali e di marginalità sociale. Troppo spesso i più giovani non vedono prospettive per il proprio futuro, preferiscono alla conclusione del percorso formativo un lavoro che li vede spesso sfruttati, quando non addirittura in mano allo criminalità.

Abbiamo bisogno allora di una sinistra che torni a chiedere investimenti strutturali nell’istruzione per rimettere in moto l’ascensore sociale che, se non trova nell’università il principale canale  semplicemente non esiste. È una strada lunga e tortuosa ma probabilmente l’unica capace di costruire una società dove la crescita individuale contribuisce a quella collettiva sia culturale che economica. Oggi l’operaio non vuole più il figlio dottore perchè non vede per esso la prospettiva di una vita migliore della sua: costi elevatissimi per mantenere un figlio agli studi senza una reale prospettiva lavorativa per il futuro. E qui si apre la questione probabilmente fondamentale, quella legata al diritto allo studio: poche borse di studio e comunque troppo esigue, studentati insufficienti, trasporto pubblico spesso non all’altezza, insomma oggi se non si proviene da una famiglia che ne ha la possibilità diventa davvero difficile anche per i più meritevoli poter accedere  ai più alti livelli di istruzione. Un approfondimento a parte meriterebbero i problemi legati alla didattica e alla crescente distanza di questa dalle esigenze del mercato del lavoro, il cosiddetto missmatching.

Dobbiamo archiviare subito la stagione delle misure spot e dei bonus evitando di cedere alle false sirene salvifiche della privatizzazione dell’istruzione. Piuttosto bisogna ripartire da investimenti stabili e diretti sia nel mondo dell’istruzione che nelle politiche attive per il lavoro che mettano al centro i diritti e la creazione di nuovi posti di lavoro. Servono welfare studentesco e ci serve come il pane essere in grado di mettere pienamente a frutto questo investimento immaginando anche un rinnovamento, deciso ed importante, della macchina amministrativa pubblica che renda più snello ed efficiente l’intero paese.

La politica rimane la via maestra del cambiamento ad oggi invece il governo sembra avere altre priorità e non pare avere le idee chiare su praticamente nulla, tantomeno sull’istruzione.