Analfabetismo di ritorno: un pericolo per la democrazia

Di Matteo Corti

Si sente spesso dire che la politica è specchio della nostra società. Se una simile affermazione è vera, si può tranquillamente ipotizzare che l’eccessiva semplificazione del dibattito e del linguaggio politico negli ultimi anni sia una diretta conseguenza e/o un adattamento a una riduzione, delle capacità di analisi e di comprensione di fatti complessi, da parte di fette di popolazione sempre più consistenti.

Non è un caso che negli ultimi anni nel nostro Paese, in maniera piuttosto preoccupante, a dire la verità, si è tornati a parlare insistentemente di analfabetismo. Secondo un recente studio effettuato dall’Ocse attraverso il PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), che ha riguardato circa 12 mila persone di età compresa tra i 16 e i 65 anni, sette italiani su dieci non capiscono bene l’italiano; il 70 per cento della popolazione risulta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà; soltanto meno di un terzo degli italiani è in grado di dimostrare, attraverso piccoli test linguistici e matematici, di capire effettivamente che cosa legge e di saper compiere un’operazione aritmetica elementare; persiste, inoltre, un 5 per cento di analfabeti in senso stretto.

Chiaramente una situazione di questo tipo finisce inevitabilmente per andare ad incidere anche su quelle che sono le capacità di interpretazione dei fenomeni complessi, quali sono quelli sociali, politici ed economici, oltre che sull’attitudine ad interpretare correttamente le notizie riportate dalla stampa: sempre secondo l’Ocse un analfabeta è anche una persona che sa ovviamente scrivere il proprio nome, o utilizzare i canali social principali, ma incontra evidenti difficoltà nel “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

Insomma, riesce a fare cose banali, ma non a capire il vero senso di un articolo di giornale, men che meno sviluppare una capacità di critica approfondita. Si limita a confrontarsi con il mondo esterno sulla base di un concetto di vita molto elementare e sulla base di bisogni e desideri spesso suggeriti da impulsi irrazionali. Ecco quindi che una realtà interpretata sulla base di percezioni soggettive e semplicistiche può ingenerare convincimenti a volte assurdi e anacronistici, basati su complottismi e terrapiattismi di ogni genere.

È evidente quindi il perché, di fronte a un contesto del genere, il livello del dibattito e del linguaggio politico si sia notevolmente ridotto e semplificato attraverso l’utilizzo di parole chiave e di canali comunicativi che sfruttano le sensazioni e le pulsioni viscerali e, per dirla con le parole del linguista Tullio De Mauro, lo stesso analfabetismo come “un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni”.

In altri termini una molteplicità di fattori, quali la ridotta capacità di analisi, unita ai ritmi della moderna società che lasciano spesso poco spazio alla possibilità di scavare in profondità alla radice di un problema e a un generale senso di disaffezione nei confronti della politica tradizionale, hanno determinato il bisogno di una comunicazione più “liquida” ed immediatamente comprensibile da tutte le stratificazioni dell’elettorato, con il rischio di semplificare eccessivamente ed indebitamente il dibattito, prospettando soluzioni miracolistiche, ottime per catalizzare consenso, ma spesso inefficaci e irrealizzabili.

Insomma il quadro è tutt’altro che rassicurante posto che, il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno che si sta verificando nel nostro Paese, oltre ad incidere negativamente sulla qualità della vita quotidiana delle persone, ha purtroppo influenze molto negative anche sul grado di consapevolezza politica degli elettori e sulla loro capacità di esprimere un voto informato e cosciente: in altri termini, per chiudere citando ancora una volta il linguista De Mauro “molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa”, con potenziali conseguenze negative anche per la democrazia, visto che le difficoltà di comprensione potrebbero abbassare il livello di tolleranza e non consentire di sviluppare adeguati strumenti di controllo e di critica sull’operato delle stesse classi dirigenti.