Tutela del patrimonio archeologico è tutela delle comunità locali

Di Erika Iacobucci

“Anch’io da piccolo volevo fare l’archeologo”. Quante volte gli archeologi di tutto il mondo si sono imbattuti in questa frase perché in fondo è così, l’archeologia è mistero, passione, spirito d’avventura, rispetto per un passato di cui tutti sappiamo essere figli, compresi amministratori locali e politici.

Sul Corriere della Sera di qualche tempo fa, il Prof. Andrea Carandini scriveva:“Sono un archeologo e l’archeologia è stata per me una fonte di felicità […]  mi ha portato a scavare nel passato sepolto per dargli altra vita e così ho trovato la via d’uscita dalle tenebre, mettendo in luce la vita trascorsa. […] E’ noto che molti uomini cercano la felicità accumulando sesso, denaro, potere, distrazioni. Cercano una via d’uscita ma non la trovano, perché una felicità moderata e durevole si trova solamente capendo chi siamo e chi sono stati i nostri avi”.

Il 19 gennaio 1992, l’archeologo americano Albert E. Glock veniva assassinato in Palestina e, secondo alcuni, ciò avvenne perché aveva scavato troppo in profondità nel passato di quel paese conteso. Una vicenda che viene qui ricordata per sottolineare il profondo legame tra archeologia e politica.

In Italia per lunghi decenni gli archeologi hanno chiesto a gran voce di poter intervenire fin dalla fase di progettazione delle grandi opere infrastrutturali che contemplavano scavi aventi un grande impatto sul territorio. Ancora fino agli anni della ricostruzione post-bellica questo è stato tuttavia impossibile e non vi è regione italiana dove non si debbano lamentare dolorosi sventramenti di aree archeologiche attuati da opere pubbliche. Un timido segnale di maggior attenzione al problema emerse per la prima volta all’inizio degli anni ‘80, in due circolari della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del 20 aprile 1982 e del 24 giugno 1982, che impartirono a tutte le Amministrazioni pubbliche la direttiva di sottoporre in via preliminare, tutti i progetti di opere pubbliche da realizzare in aree vincolate, all’esame del Ministero dei Beni Culturali. Questo primo atto politico, che tradusse in un documento giuridico la necessità, da tempo manifestata dalle Soprintendenze, di poter intervenire a tutela del patrimonio archeologico con strumenti più efficaci del vincolo puntuale, inadeguato di fronte a lavori di considerevole ampiezza, fu seguito da un intensificarsi dell’azione delle Soprintendenze in coincidenza con la realizzazione di nuove grandi infrastrutture. In ambito nazionale ha spesso generato confusione l’uso del termine “rischio archeologico”. Mentre per alcuni esso si riferiva a quell’opera di “aggressione” al territorio realizzata con la costruzione di infrastrutture civili e private, per altri proprio la presenza di resti archeologici, piuttosto che rappresentare una risorsa, era vista come un ostacolo al naturale sviluppo dei territori.

Il rapporto tra le esigenze di salvaguardia del patrimonio archeologico e quelle di pianificazione urbanistica e territoriale hanno portato oggi il tema della valutazione del rischio archeologico e della archeologia preventiva in primo piano. Per le opere sottoposte all’attuazione del D.Lgs. n. 50/2016, è obbligatoria l’applicazione dell’art. 25 ai fini di una verifica preventiva dell’interesse archeologico sulle aree interessate alle opere da attuare. Tale verifica preventiva consente di accertare, prima di iniziare i lavori, la sussistenza di giacimenti archeologici ancora conservati nel sottosuolo e di evitarne la distruzione con la realizzazione delle opere in progetto.

Chi si occupa della cosa pubblica deve necessariamente fare i conti con le mutate condizioni giuridiche e professionali dell’archeologia. Il nostro Paese deve fare un po’ di luce sulla linea politica e strategica che intende adottare nei riguardi della storia e creare una diffusione della conoscenza archeologica. Interpretare ciò che resta del passato può stimolare la condivisione di culture e prospettive, assumere una funzione sociale vitale nel presente, a patto di confrontarsi con le comunità di riferimento, con il grande pubblico. Un’archeologia non più e soltanto per addetti ai lavori, ma che si cala nel contesto politico attuale, interagendo con la vita quotidiana di milioni di persone, troppo spesso ignare delle opportunità che ha il patrimonio culturale.