Aree interne come prossima sfida

Di Carmine Folco

L’abbandono dell’Aree Interne è un problema di grandi dimensioni, dovuto a molteplici cause, di natura storica, economica, demografica, sociale, antropologica nonché politica.

Negli ultimi anni questo fenomeno spesso ignorato è al centro di interesse da parte di soggetti diversi nonché di studiosi di varie discipline, che fanno parte anche del mondo politico. Fra i Paesi più colpiti da questo fenomeno figura proprio l’Italia, dove le aree interne rappresentano oltre la metà del territorio dei comuni italiani. Le stesse, pur ospitando meno di un quarto della popolazione occupano circa il 60% della superficie nazionale e il loro numero aumenta di anno in anno.

Resta qui da dire che, se da un lato la straordinaria crescita economica ed industriale a partire dagli anni Cinquanta ha portato ad un innegabile aumento del benessere con innalzamento della qualità della vita nelle città e in alcuni sistemi locali, dall’altro ha portato alla decrescita e alla perdita di capitale. Basti pensare ad esempio allo spopolamento della maggior parte del territorio montano. Difatti, a fronte di una crescita nazionale di circa 12 milioni di individui dal 1951 al 2011, il territorio montano ha visto, nello stesso periodo, un decremento della popolazione di 1 milione di abitanti. Si è assistito ad una vera e propria “Italia minore” dove i beni pubblici sono malridotti, le scuole si svuotano, i giovani emigrano e la popolazione invecchia. A ciò va aggiunto che questo vasto territorio è stato messo in secondo piano nei discorsi pubblici rispetto alle differenze di sviluppo Nord-Sud.

Negli ultimi anni, qualcosa è cambiato. Si è iniziato a prendere in considerazione le problematiche di aree che non possono assolutamente essere periferiche né politicamente né nel dibattito pubblico. Cambiare paradigma non è però sufficiente particolarmente ora che queste aree “dimenticate” stanno aumentando e, durante le competizioni elettorali, i loro abitanti tendono ad esprimere in misura più elevata della media consenso per i movimenti che diffondono un messaggio di protesta o di rottura.

Si è cominciato a proporre delle strategie efficaci, fatte di politica, cultura, territori e peculiarità locali, cercando di incanalare in energie politiche le dinamiche di collaborazione tra cittadini e amministrazioni, progettando iniziative a tutti i livelli istituzionali e trasformando i conflitti in laboratori economici capaci di creare lavoro in ambito sanitario, infrastrutturale e scolastico in loco. L’inversione di prospettiva non è da poco perché si agisce sull’innovazione piuttosto che sull’implementazione di nuovi servizi.

La prima inversione di rotta riguarda parte dell’amministrazione centrale e alcune regioni. Sia l’una sia le altre si sono dimostrate meno “cieche ai luoghi”, hanno ripreso contatti diretti con i loro territori, comprendendo come le regole generali dello Stato si adattino efficacemente ai più differenti contesti. Secondariamente le amministrazioni locali hanno ritrovato un dialogo costruttivo con lo Stato, il quale si è dimostrato capace di «ascolto e consapevolezza». In altre parole, confronto e non conflitto. E’ quindi il caso di dire che servono progetti poiché l’Italia non è priva d’inventiva.

Ad esempio, cultura e arte hanno salvato dall’abbandono il piccolo comune di Castelli, provincia di Teramo. L’Istituto Grue presente sul territorio comunale è una perla dell’artigianato italiano. Difatti, si è trasformato nel 2009 nel Liceo Artistico per il Design – struttura che accoglie una sessantina di iscritti l’anno, dove i ragazzi possono sperimentare le tecniche più all’avanguardia, dalla stampa digitale alla programmazione grafica. Analoga situazione si è realizzata anche in provincia di Campobasso, a Sepino, dove cultura e innovazione si sono fuse. Qui, infatti, ogni anno migliaia di turisti visitano l’intatto sito archeologico di Saepinum, una città romana perfettamente conservata.

Il business della rinascita di questi luoghi “dimenticati” si muove grazie agli italiani, ma ne sono affascinati anche gli stranieri. Un esempio è Daniele Kihlgren, italo-svedese che all’inizio degli anni Duemila ha acquistato un quinto del borgo medievale di Santo Stefano di Sessanio, parco del Gran Sasso, e lo ha trasformato in un esclusivo hotel diffuso, Sextantio.

Ma l’emblema a livello nazionale per le pratiche virtuose e sostenibili di rilancio delle aree interne è sicuramente Castel del Giudice, considerato da tutti un piccolo paradiso di laboriosità, profumi e accoglienza, vincitore tra l’altro del Premio Angelo Vassallo nel 2014 e del Premio Comuni Virtuosi 2015.

Si trova in Alto Molise, ad 800 metri di altitudine, al confine con l’Abruzzo, e rappresenta il simbolo di un territorio che vuole resistere allo spopolamento, trovando nel ritorno alla terra, nella tutela dell’ambiente, nell’agricoltura come mestiere da riscoprire, nella partecipazione condivisa e nel turismo sostenibile, i motivi di un nuovo sviluppo. Qui dai terreni abbandonati, grazie ad un progetto pubblico-privato, che ha visto in prima linea il comune e la popolazione, è nato il meleto biologico Melise, con antiche colture autoctone recuperate: 40 ettari di campi che garantiscono produzioni di qualità e che dà lavoro a giovani under 35.

Le case e le stalle in disuso sono state trasformate nell’Albergo Diffuso Borgotufi: esempio di strutture ricettive in legno e pietra locale perfettamente integrate con il paesaggio, a cui si affiancano interventi di architettura contemporanea. Un piccolo borgo nel borgo, che tra le sue casette, che si affacciano sul verde dei boschi, custodisce il ristorante Ocrà Favola Molisana, in cui giovani chef formati dalla scuola di Niko Romito (3 stelle Michelin) propongono menu basati sulla tradizione dell’Alto Molise reinterpretati in chiave moderna. Castel del Giudice si distingue, con la resilienza oggi necessaria per restituire futuro ai piccoli preziosi borghi montani del cuore dell’Italia.

Tali esempi sono fondamentali anche nel contesto Europeo, che, con la recente revisione della Politica di Coesione, sta sperimentando nuovi metodi per ridurre le disuguaglianze fra i territori.

Concludendo, non è più tempo di politiche uniformi calate dall’alto, ma di una dimensione territoriale più forte, capace, dal centro, di “curvarsi” sulle specificità delle periferie, in quanto tutti i comuni sono i lineamenti dell’identità e della qualità italiana, ammirata in tutto il mondo, con un impegno preciso di non far morire i Piccoli Comuni.