Tav si, ATAC no, centri commerciali forse

Di Antonio Paolitto

Quello che doveva essere un tranquillo fine settimana si è trasformato, grazie ad alcuni eventi nel Bel Paese, in un weekend carico di significati politici.

Sabato, a Torino, trentamila persone si sono ritrovate in piazza per dire sì alla TAV: tutto questo, a prescindere dall’età, dal colore e ideale politico, dalla provenienza sociale, dalla posizione lavorativa ricoperta; in definitiva, un’importante fetta di società civile.

Domenica, invece, i cittadini romani erano chiamati a partecipare ad un referendum consultivo sulla privatizzazione dell’ATAC, l’azienda pubblica che gestisce i trasporti locali; era richiesto un quorum del 33%, all’esito della giornata ha votato solo il 16% degli aventi diritto: nulla di fatto dunque, l’ATAC resta in mano pubblica.

Nel mentre, il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, invitava candidamente il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio a chiudere i negozi la domenica ad Avellino, essendo inconcepibile una roba del genere nel capoluogo lombardo, cuore economico del Paese.

E’ impossibile non guardare politicamente a tali circostanze: dal grido torinese, all’immobilismo romano, passando per il pragmatismo milanese (prescindendo dalle parole di Sala che non avevano nulla contro gli Avellinesi, ma volevano solo mandare un messaggio forte all’avversario politico, ndr.) emerge il ritratto di un Paese spaccato in due parti: quella di chi è stufa di dire no a tutto, stanca dell’immobilismo più totale e quella sempre pronta a lamentarsi (le lamentele dei cittadini Romani sul servizio ATAC sono conclamate) ma mai pronta ad assumersi sulle spalle il coraggio di scelte importanti per cambiare, magari trincerandosi dietro la scusa di critiche distruttive o al motto “si può fare di più, si può fare meglio”.

La cosa che fa molto male, per chi come me è del Centro Sud, è che queste scelte sembrerebbero quasi un assist a chi, nel più barbaro e spregevole dei luoghi comuni, divide l’Italia in due parti: una produttiva e lavoratrice al nord, l’altra lassista e assistenzialista al sud.

Indubbiamente, l’immobilismo mentale italiano pesa come un macigno in termini di investimenti fondamentali per la crescita economica del Paese: del resto, chi investirebbe in un Paese così contrario al cambiamento e, trasversalmente, all’innovazione? Chi investirebbe in un Paese che, vivendo di turismo e ristorazione, vuole far chiudere le attività la domenica o i locali etnici alle 21? Chi investirebbe in un Paese che anziché premiare, o quantomeno aiutare con critiche costruttive, chi ha idee di cambiamento e miglioramento, lo distrugge trovando sempre difetti e, di fatto, lasciando tutto immobile, lamentandosi comunque dei problemi dello status quo? Probabilmente, nessuno.

In tutto questo, mi spiace dirlo, Roma perde una grande occasione: forse la privatizzazione di ATAC non sarebbe stata la scelta migliore, forse non avrebbe risolto tutti i problemi della città eterna, ma un’alta affluenza al referendum sarebbe stato un segnale di cambiamento importante, avrebbe segnato l’apertura di un dibattito. Invece il carrozzone resta così com’è: pieno di problemi, con utenti sempre più stremati dalle sue condizioni di viaggio.

I Romani hanno scelto di godersi una calda domenica di autunno; solo il 16% di loro ha pensato di godersela andando comunque a votare: passato il weekend, è ricominciato il solito via vai di lamentele sui bus e sulle metro: ma pochissimi sono andati a votare, tentando di incidere su una situazione indecente.

Al Nord invece, sembra sia rimasto acceso un barlume di speranza, o quantomeno di raziocinio: perché non ci vuole un genio per capire che chiudere i negozi la domenica significherebbe l’ecatombe per una città che accoglie milioni di turisti ogni anno; e non ci vuole di certo un fenomeno per comprendere che pochi chilometri di ferrovia ad alta velocità in più possono collegare meglio l’Italia all’Europa, magari rilanciando proprio quel porto di Genova, e l’intera città, che ha un bisogno estremo di ripartire.

E allora cara Italia, trova il coraggio di abbandonare le gelosie proprie dell’individualismo, e scegli un team building virtuoso per il bene comune! Al Nord i segnali ci sono tutti, la speranza è che il vento soffi forte fino a Sud!