Uscite e organizzatevi! La lezione di Ocasio-Cortez

Di Edoardo Raimondi

«Uscite, organizzatevi. Questo è il succo, il cuore della nostra democrazia». No, non sono parole uscite di bocca da qualche politico nostrano, magari “di sinistra” e dalle tendenze ostinatamente vetuste e novecentesche. A parlare è la 29enne Alexandria Ocasio-Cortez, l’attivista statunitense che ha da poco sconfitto a sorpresa Joseph Crowley alle appena trascorse primarie democratiche, nel Quattordicesimo Distretto di New York. È stata eletta lo scorso 6 novembre in occasione delle elezioni di midterm, diventando a soli 29 anni la più giovane parlamentare nella storia statunitense entrata a far parte del Congresso.

Nata nel borough del Bronx di New York, per metà portoricana da parte di madre, una volta conseguita la laurea alla Boston University, Ocasio-Cortez è ritornata nel suo quartiere d’origine iniziando a lavorare anche come cameriera in una taqueria. E di certo, durante la sua carriera politica, non si può dire che abbia perso il contatto con la realtà: alle elezioni presidenziali del 2016 è diventata organizzatrice nella campagna di Bernie Sanders, posizionandosi così nell’ala “democratica socialista” – quella più radicale del partito. Incoraggiata dal gruppo di Sanders, Ocasio-Cortez, infine, ha deciso di sfidare Crowley che, come Hillary Clinton, si colloca in quella che si potrebbe definire l’area “centrista” dei dem statunitensi.

Le differenze qualitative, a livello strategico e politico, si sono notate subito: come aveva fatto Sanders nella sua corsa alla presidenza, la giovane attivista – che ama definirsi ancora una semplice organizer – ha deciso di rifiutare contributi di grosse compagnie, ricevendo la stragrande maggioranza dei suoi fondi, per sostenere la campagna elettorale, da piccole “donazioni” in somme minime. Ma alla fine ha vinto lei. E, banalmente, ci si potrebbe chiedere: come è possibile che una giovanissima attivista nata nel Bronx sia riuscita a battere un parlamentare che ha speso milioni di dollari per cercare di spuntarla? Evidentemente una parte della “sinistra” democratica – non solo negli Usa – si è ritrovata a perdere progressivamente il contatto con quella realtà del lavoro, dello sfruttamento e della violenza vivida che Ocasio-Cortez continua a conoscere, al contrario, sin troppo bene. E a cui ha saputo parlare, chiaramente, in modo convincente e credibile.

A spiegare come è andata, però, è stata lei stessa – concedendo un’intervista a Daniel Denvir di The Dig, il podcast della statunitense Jacobin Radio; una conversazione tradotta in italiano da Gaia Benzi per la neonata rivista, anche on-line, Jacobin Italia (l’intervista originale è disponibile su jacobinmag.com). Ne vorrei quindi riportare qui alcuni stralci che potrebbero offrire non pochi spunti di riflessione – soprattutto per chi oggi, in Italia, di fronte all’avanzata dell’ultra-destra sotto tutti i profili, continua a dichiararsi “di sinistra” e a cercare di “fare politica”, nonostante tutto. Uscite e organizzatevi: queste due parole d’ordine lanciate da Ocasio-Cortez ci portano al succo della questione, dal momento che l’organizer ha cercato di impostare la sua campagna «sull’organizzazione fisica, concreta» e solo in seconda battuta «su un’estensione digitale» finalizzata, dunque, «a rafforzare il modello organizzativo fisico». Il tutto, a dimostrazione di come non si possa sostituire in toto la militanza attiva con i soli mezzi dei social network o con altri strumenti di sorta – anche andando oltre ai periodi elettorali.

Lo so: sembra estremamente paradossale il fatto che un concetto del genere debba essere ribadito, magari, proprio a quei “figli” di una certa cultura politica che ha ampiamente professato nel corso dei decenni – in teoria e in pratica – l’importanza dell’attivismo militante. Che non può esulare da un proprio portato strategico: si tratterebbe ancora, infatti, di riuscire ad acquisire consenso (e non solo perpetuare una propaganda spettacolarizzata) per mettere in atto precise, coerenti, credibili scelte politiche. Pena l’indebolimento inevitabile – se non la scomparsa – di tutti quei partiti e di quelle classi dirigenti (aggiungo: di sinistra) che perderebbero, al contrario, tutta la loro credibilità agli occhi del loro stesso potenziale elettorato. Sparire da tutti i luoghi in cui, quotidianamente, scoppiano continui conflitti sociali, di certo, non aiuta. Come non aiuta il non aver più seria contezza dei problemi concreti che affliggono le classi a cui si dovrebbe parlare. Errori che, d’altronde, ha scontato Joseph Crowley. Se infatti la campagna elettorale imbastita dal gruppo della Ocasio-Cortez si è svolta «praticamente tutta sul campo», senza mandare «spot televisivi», Crowley «ha mandato spot per un mese intero», ha spiegato la 29enne a Denvir «ha spedito dai dieci ai quindici opuscoli patinati a ogni singolo registrato come elettore del Partito democratico in quel distretto», un vero e proprio «catalogo di Victoria’s Secret». In sintesi: l’operazione del centrista dem non avrebbe funzionato anche perché rimasta incentrata totalmente su un leaderismo privo di credibilità. Ne dà prova, peraltro, il fatto che la sfiducia e la diffidenza, verso i finanziatori di simili campagne elettorali milionarie, crescono a dismisura.

A questo punto, però, la domanda che sorge è inevitabilmente un’altra: a quali classi sociali ha voluto parlare la sinistra di «movimento», democratica e socialista? Ché, con buona pace di qualche detrattore, l’Ocasio-Cortez il problema di classe, di fatto, è tornato a porselo – in una prospettiva di ampliamento delle forze sociali esistenti in campo, con un’attenzione quasi maniacale per associazioni e gruppi già operanti nei territori e nei quartieri: «Provengo da un ambito specializzato nella formazione, e molti degli attivisti e degli “organizers” che conoscevo erano scettici verso i meccanismi elettorali» ha proseguito Ocasio-Cortez nell’intervista «ho speso sei mesi cercando di costruire un rapporto di fiducia con le organizzazioni di comunità, per guadagnare la credibilità». E poi incontri face to face, assemblee, porta a porta, migliaia di telefonate e di sms per spiegare, convincere, modellare programmi dal basso.

Quando alla fine qualche giornalista ha iniziato ad accorgersi della candidata, chiedendole come avrebbe «definito se stessa», lei ha risposto: «Sono una formatrice, sono una ‘organizer’ e sono un’impertinente paladina delle famiglie lavoratrici». E benché «l’establishment politico» abbia cercato di «sminuire» la sua vittoria, l’organizer – oggi membro del Congresso – continua a ribadire che il re, ormai, è nudo: «Lasciamo che loro non imparino la lezione, perché il popolo, il movimento progressista, il movimento delle famiglie lavoratrici, il movimento per una giustizia economica, sociale e razziale, il movimento per dare potere alla working class, il movimento di Porto Rico, il movimento di Ferguson […], il movimento per la riforma del sistema giudiziario – loro vogliono capire cosa è successo. Queste persone stanno dicendo “Com’è esattamente che ha vinto?”». Ma qui da noi, dove almeno per ora non è ancora spuntata una Ocasio-Cortez, sembra che “a sinistra” le “lezioni” non debbano finire mai.