Amministrare il paesaggio

Di Sabrina Ciancone

Ci sono concetti che nobilitano chiunque li evochi: partecipazione, responsabilità, cooperazione, razionalizzazione, prevenzione. Sistematicamente, al verificarsi di clamorosi e drammatici episodi di cedimenti, crolli, alluvioni, terremoti e inondazioni ogni riflessione e dichiarazione concorda sulla necessità di manutenere e tutelare territorio e infrastrutture, ecosistemi e opere. Interventi conoscitivi e preventivi limitano morti e distruzione – ça va sans dire. Ma l’altra pagina del copione recita: lo Stato non investe abbastanza in campagne di ricognizione e in interventi di prevenzione. E dunque, se su questo si concorda unanimemente, qual è il limite all’attuazione di efficaci azioni di tutela dei nostri preziosi patrimoni e dei nostri vitali paesaggi? Quanto è grande lo iato tra imputazione formale di responsabilità e risorse e competenze a disposizione dei responsabili? Nei giorni di infelice concentrazione di eventi drammatici torna urgente riflettere e proporre. Non si tratta di disquisire su dissesto idrogeologico e cambiamenti climatici, paesaggio agrario e alterazioni chimiche dei monumenti. L’urgenza viene da puntuali e pesanti responsabilità in capo agli amministratori e la contemporanea frustrante impotenza e inadeguatezza dei mezzi. Ma se le conseguenze penali sono degli amministratori pubblici, quale è e quale può essere il ruolo dei cittadini, delle comunità riguardate?

“Gli italiani non amano la natura perché essi stessi “sono” nella natura….

Ci chiedevamo dunque come mai i pescatori (che pure conoscono il mare e i venti) non avevano capito la necessità di conservare quell’ordine vegetale stabilito dalla natura, che difendeva le loro case e temperava il loro clima… Davanti ad un paesaggio l’italiano “povero” non si commuove, non lo vede cioè come un fatto armonico e intangibile (suscitatore di varie emozioni e presidio di memoria, se si vuole) ma lo scompone nei suoi singoli elementi utilitari. Quel che gli serve se lo prende, il resto lo distrugge… Ma l’italiano “ricco” è forse qualcosa di peggio… modifica anch’egli il paesaggio originale, che gli sembra non elegante, non ordinato, soprattutto non moderno… Sia il “povero” che il”ricco” distruggono la natura: l’uno perché ne fa parte, l’altro perché vuole farla a sua immagine e somiglianza. La desolazione di certi luoghi si fa insostenibile? Spesso l’idea di vivere in un paese che si va sgretolando nella laidezza ci avvilisce”.

Lo sguardo acuto di Flaiano vedeva coste e città deturpate, costatava che coesistono, non molto distanti, aree sovrasfruttate e aree abbandonate. Dopo 50 anni nessuno può sentirsi esonerato da una preoccupazione, perché siamo sempre più esposti a logorii, usure, cedimenti, aggressioni. Una obsolescenza programmata diffusa e frequente che ognuno di noi ha il dovere di conoscere e contrastare.

Scriveva Papa Pio XI, nell’Enciclica “Quadragesimo Anno”: “Come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che nelle minori e inferiori comunità si può fare”. È, in definitiva il principio di sussidiarietà, ma chi è titolare della tutela del paesaggio se lo consideriamo bene comune? Quali ruoli si possono condividere, delegare o assumere?

Diceva Jacques Delors, uno dei padri dell’Europa unita: «Je propose même d’inscrire dans le traité les compétences qui seraient explicitement réservées aux nations, notamment la politique de l’éducation, l’emploi, la sécurité sociale, la culture, l’aménagement du territoire, etc… Les décisions seraient prises dans ces domaines au plus près des citoyens, ce qui renforcerait la cohésion sociale et le sentiment d’appartenance à la nation.” Si introduce quindi la dimensione socio-politica della gestione del rischio e, per una lettura del mutato rapporto tra uomo e natura, ci aiutano i concetti di Risikogesellschaft di Ulrich Beck e Das Prinzip Veranvortung di Hans Jonas.

Ma oggi, di fronte alla incertezza scientifica, è il principio di precauzione a prevalere: il dubbio sulle conseguenze dell’agire consente l’adozione di misure preventive anche in assenza di certezze sulle probabilità di concretizzazione del pericolo e sulla sua entità. Esistono dubbi sulla sua forza normativa e appare piuttosto un principio di orientamento politico amministrativo, uno strumento di costruzione di processi di responsabilizzazione a monte e di partecipazione diffusa ai processi di gestione del rischi.

Precisa Pierre Lascoumes: “Si le principe de précaution renvoie à la notion de responsabilité, celle-ci n’est pas engagée simplement en cas de crise pour assurer une réparation, mais plus largement elle peut agir en amont de l’accident et du dommage de façon cognitive et normative en orientant les activités de différents groupes d’acteurs”.

Di fronte a questi aneliti ideali esiste poi una prosaica realtà che definisce in modo rigoroso e rigido le responsabilità in campo di protezione civile, di governo del territorio e tutela del patrimonio culturale. E i reati di Rifiuto o omissione di atti d’ufficio e di Disastro colposo sono sempre dietro l’angolo.

Quali azioni attuate, quindi? E quali prospettive? Le analisi dello status quo convergono largamente sulle cause della fragilità di paesaggi e patrimoni: incuria, inopportuna edificazione, sospensione delle coltivazioni garanzia di sorveglianza e manutenzione, incendi, inquinamento. E poi ci sono i siti dove fattori di pericolosità dipendenti dall’uomo si combinano drammaticamente con le caratteristiche geodinamiche e geologiche dei siti.

Pietro Petraroia afferma: “Risulta confermato che il disegno di strategie nazionali di mitigazione dei danni da fenomeni sismici non può che risultare da una forte integrazione di competenze e piani d’azione differenti, nei quali un’azione comunicativa e di coinvolgimento – che veda protagoniste le comunità e in primis le loro agenzie educative e di socializzazione – non può che riguardare la generalità e l’interazione fra i differenti patrimoni coinvolti”.

Il programma Casa Italia, avviato nel 2016 si configura proprio come un piano a lungo termine per la messa in sicurezza del territorio nazionale. Analisi integrate territoriali per la prevenzione e la tutela di patrimoni culturali, reti di conoscenze multisettoriali così come previsto esplicitamente sia nel testo unico ambientale che nel codice dei beni culturali e del paesaggio, sono i tentativi e gli auspici per contrastare pericoli e rischi. Così come: Carte dei valori, del rischio, dell’abbandono e del degrado, dei vincoli e delle conflittualità, carte dell’armatura urbana e territoriale, nuovi strumenti si pianificazione, sviluppo e sicurezza, piani di riqualificazione e sviluppo.

Come funzionalizzare tanti dati sparsi e ricomporre risorse disperse?

Unanimemente d’accordo sull’adozione di un approccio integrato disciplinare. Recita il Rapporto Istat Bes 2017 – il benessere equo e sostenibile in Italia: “Negli anni 2015-2016, si possono cogliere diversi segnali di discontinuità rispetto alle tendenze negative osservate negli anni precedenti. Torna a crescere la spesa pubblica per la cultura e si registra una ripresa degli investimenti nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale, sale l’attenzione per il paesaggio nelle politiche agricole (nuovo Registro nazionale dei paesaggi rurali storici). Il peso dell’abusivismo edilizio, aumentato durante la crisi economica congiuntamente alla pesante riduzione della produzione edilizia, conosce finalmente una battuta d’arresto, mentre aumentano gli incendi boschivi, ulteriore fattore di impatto che sollecita maggiore attenzione al governo del territorio”.

Concludo con l’annotazione di una serie di idee e di proposte per “allenarsi” a reclamare o ad attuare interventi, scaturite principalmente dalla Conferenza internazionale su “Cultura contro Disastri – la protezione dei paesaggi culturali come prevenzione dei disastri naturali”, organizzata a Ravello nello scorso mese di settembre 2018, dal Centro universitario europeo per i beni culturali, il Consiglio d’Europa e EUR-OPA Accordo sui grandi rischi, e svoltasi nella cornice ideale dei principi della Convenzione di Faro (convenzione del CoE sul valore sociale del patrimonio culturale):

  • È il momento di gestire i paesaggi culturali concepiti come beni comuni.
  • L’incremento del consumo di massa, insieme ai processi di urbanizzazione, lo spopolamento delle aree rurali contribuisce alla perdita delle conoscenze e delle pratiche locali, che nel tempo hanno messo alla prova specifiche pratiche e tecniche agricole. Considerare il mantenimento del paesaggio solo sotto il profilo economico, anziché analizzarlo con approccio ecologico, pone le basi per l’abbandono e rende i paesaggi culturali vulnerabili ai disastri. Un abbinamento costruttivo delle nuove tecnologie, fondato sulle conoscenze tradizionali, gestito dalle comunità locali, potrebbe ben affrontare le problematiche relative alla riduzione dei rischi.
  • La frustrazione degli sforzi disseminati sul territorio e la mancanza di coordinamento e di cooperazione rimangono un grande problema nella riduzione dei rischi.
  • I paesaggi culturali sono quasi sempre documento di agricoltura tradizionale, un efficace presidio e manutenzione del territorio dipende quindi dal mantenimento delle tecniche di coltivazione, quindi dei saperi che esse sottendono.
  • Pubblicizzare nei media locali le situazioni di rischio riconosciute dalla comunità – e le tecniche tradizionali per mitigarne l’impatto – potrebbe evidenziare l’opportunità e la necessità di ben definite azioni di prevenzione e, di riflesso, stimolare i decisori politici ad attuarle.

Dal punto di vista e di azione di un amministratore locale, ciò che appare utile fare e proporre è:

  • formare amministratori, operatori e abitanti, educare al patrimonio
  • scambiare buone pratiche
  • elaborare un piano urbanistico autoregolatore e piani intercomunali
  • redigere un piano di protezione civile partecipato
  • utilizzare il ruolo e l’avanguardia delle istituzioni universitarie e dei centri di ricerca
  • assicurare la trasmissione di saperi locali attraverso atlanti identitari
  • sostenere le coltivazioni locali
  • supportare le associazioni locali e l’intraprendenza della comunità.

Nelle nuove geografie fisiche e umane in cui agiamo, anche l’arte ci ricorda che può esistere un Terzo Paradiso, un luogo di riconciliazione di equilibrio, dove uomo e artificio possono convivere e collaborare, senza timori, con rispetto e reciproco beneficio.