La Sinistra si intesti la questione Europea

Francesco D’Agresta

La democrazia oltre che un metodo è un principio che si incarna nei cittadini se esiste la reale possibilità che le idee degli stessi o almeno della loro maggioranza possano tramutarsi, tramite le Istituzioni e la battaglia politica, in azioni concrete. Nell’Unione Europea è possibile? Al momento no, sussistono dinamiche fondative che di fatto non permettono che le idee condivise da una maggioranza di cittadini, le loro linee politiche, corrispondano conseguentemente alle linee politiche dell’Unione Europea. In Europa la lotta politica e quindi democratica è depotenziata dalle sue stesse Istituzioni e trattati fondativi.

Cosa bisogna cambiare?

Non possiamo permetterci passi indietro, il dissolvimento dell’Unione rigetterebbe l’Europa indietro di sessant’anni, tornerebbe a far prevalere gli interessi particolari su quelli generali in misura maggiore di oggi, aprendo le porte allo sciovinismo funesto. Ma allo stesso tempo questa unione così com’è, nelle mani più degli establishment economici che dei suoi cittadini, porterà allo stesso risultato funesto attraverso una illusoria semplificazione: se non funziona l’Europa torniamo agli stati indipendenti.

Per tenere il contenitore, ma cambiarne il contenuto la via è quella della riforma. Riforma di cosa appunto? Delle Istituzioni europee e del loro funzionamento. Ovviamente questo breve articolo non vuole è non può rappresentare una proposta di riforma completa e organico, ma quanto meno individuare i nodi centrale della disfunzione.

La prima questione da affrontare è quella della Commissione Europea e del Parlamento Europeo. La Commissione detiene il potere esecutivo, il Presidente e i suoi componenti sono eletti dal Parlamento su proposta del Consiglio europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri, e tenendo conto del risultato delle elezioni europee. E fin qui ci siamo. Ma il problema sorge nella detenzione da parte della Commissione del monopolio dell’iniziativa legislativa. Un fatto questo in profonda contraddizione con le prerogative dei parlamenti. Il Parlamento Europeo infatti non può proporre leggi, ma solo discuterle ed eventualmente approvarle congiuntamente con il Consiglio dell’Unione Europea che in questo caso svolge il ruolo di “camera alta” composta su base federale. Quella che nelle normali democrazie è un’eccezione, il decreto governativo, nella UE è la prassi. Va pertanto restituita l’iniziativa legislativa al suo detentore naturale: il Parlamento Europeo unica istituzione eletta direttamente dai cittadini comunitari.

Poi c’è il nodo della Banca Centrale Europea. La Banca Centrale continentale che ha l’importante compito di definire e attuare la politica monetaria per l’area euro. Ma chi controlla la Banca Centrale? Il suo Comitato Esecutivo è nominato dal Consiglio Europeo sentite le altre istituzioni, ma il Consiglio Direttivo che ne definisce gli orientamenti generali ripartisce la rappresentanza al suo interno in questo modo: 4 voti spettano ai governatori delle banche centrali nazionali dei  5 stati con le economie più grandi, mentre i restanti 14 stati condividono tra di loro 11 voti, un sistema più adatto ad una società per azioni che ad una banca centrale o federale come sarebbe meglio chiamarla. Sembrerebbe un organismo estremamente indipendente e infatti lo è, è indipendente dalla democrazia, mentre rimane altamente dipendente dai gruppi economici che detengono i capitali delle rispettive banche nazionali che poi esprimono il loro voto all’interno della BCE con la disparità che abbiamo visto. Per questo motivo un’entità capitalistica che detenga quote in più banche centrali nazionali (a maggior ragione se dei 5 stati più sviluppati) ha un maggior controllo della politica economica europea rispetto ai cittadini che tramite il Parlamento ne valutano solo il rendiconto annuale. Abbiamo quindi una banca centrale controllata solo dai suoi azionisti, questo incide pesantemente sulle politiche della Ue nella misura in cui il potere della BCE si confronta con altri poteri, quello del Parlamento e della Commissione, allo stato attuale estremamente deboli generando una disfunzione che prescinde dall’aspetto ideologico.

Chi deve farsi carico del cambiamento?

Non possono che essere le forze politiche di sinistra, a chi dovrebbe spettare se non a loro il compito di guidare una battaglia per restituire ai cittadini un potere che gli spetta di diritto oggi usurpato dal capitale?

Le istituzioni europee derivano dai trattati europei, Maastricht e Lisbona in primis, e i trattati europei come è noto vengono approvati e quindi eventualmente riformati all’unanimità. Ciò significa che è molto difficile cambiarli, ragion per cui i “sovranisti” contemporanei, compresa certa sinistra scopertasi “sovranista” fuori tempo massimo, vi diranno che è meglio abbandonare  la UE e abbandonare la partita evidentemente anche a costo di devastare le economie dei propri stati, come se si potesse non tener conto del contesto storico-economico. Ma non credo che bisogna rimanere nella UE perché uscirne sarebbe peggio, no, bisogna rimanere nella UE per trasformare il valore politico potenziale che essa rappresenta in valore concreto, un valore riscontrabile sulla vita delle persone e sulla loro possibilità di determinare il futuro comune. Questa è una sfida, ma è quello di lanciare sfide al futuro il compito della politica, non quello di organizzare ritirate.

Come cambiare?

Occorre in primo luogo che gli interessi politici di natura ideale e ideologica prevalgano sul lobbismo nazionale, un internazionalismo intereuropeo.  C’è bisogno che la sinistra europea condivida un progetto di Europa che vada oltre gli interessi nazionali. Una volta condiviso il progetto bisogna organizzarsi ed agire. In questo senso i partiti politici europei devono riscoprire il loro valore e rifondarsi. Un partito politico non è un gruppo parlamentare, non deve gestire la quotidianità bensì pensare il futuro e aggredire la storia, i partiti europei al contrario hanno introiettato la burocratizzazione delle istituzioni UE e hanno abdicato al loro compito fondamentale. Che senso ha oggi un Partito del Socialismo Europeo che ha condiviso col Partito Popolare Europeo tutte le scelte nodali che ci hanno portato allo stato delle cose presente? Che senso ha oggi un Partito della Sinistra Europea che non è in grado di promuovere progetti alternativi concreti nel segno dell’unità delle forze di sinistra? Un partito non deve solo testimoniare da quale storia provieni, ma soprattutto quale storia vuoi scrivere. Occorre pertanto un nuovo partito della sinistra in Europa, energico e radicato, all’altezza della sfida che si vuole lanciare. Ma dopo l’organizzazione c’è bisogno dell’azione politica: consenso popolare e governo fondati sulle idee di progresso, uguaglianza e solidarietà. Troppe volte abbiamo assistito a governi che pur condividendo la stessa matrice politica in Europa giocavano in squadre avversarie, così non si fa l’Europa così la si distrugge, è pertanto l’interesse politico europeo che va anteposto a quello nazionale in una convenzione della sinistra europea e del popolo della sinistra europea. I governi di sinistra in Europa devono invece stare seduti dalla stessa parte del tavolo, essere solidali, coalizzarsi tra loro e con i cittadini del continente. La sinistra può e deve attivare pertanto quel meccanismo proprio della politica che sa rendere possibile l’impossibile arrivando ad imporre la riforma dell’Unione Europea come un fatto incontrovertibile e necessario.