Clima, una sfida che ci riguarda tutti

Di Carmine Folco

Molto probabilmente il 2018 sarà ricordato come un anno-bivio per il nostro pianeta. Il tempo stringe: non ne abbiamo più per salvarlo dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell’uomo e dei territori. L’ultimo allarme lanciato da Walter Ricciardi, quantifica questo tempo residuale in 20 anni, ma potrebbe già essere troppo tardi. Siamo in prossimità della soglia di non ritorno. Non c’è più tempo: la COP24, che si è svolta a Katowice in Polonia, deve trasformare le promesse dell’Accordo di Parigi del 2015 in realtà. Con le condizioni attuali, non riusciremo mai a raggiungere l’obiettivo della COP21 di fermare il surriscaldamento globale sotto ai +2 gradi centigradi.

Non è una esagerazione. Le prove di questi cambiamenti le stiamo toccando con mano; basti ad esempio ricordare le ondate di calore o le piogge estreme. Le morti in Europa correlate ai cambiamenti climatici sono migliaia l’anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito.

A questi ritardi si assommano una disinformazione e una non conoscenza delle tecnologie e delle misure di green economy disponibili per affrontare la crisi climatica. Difatti con la loro semplice conoscenza si prevedrebbero eventi meteorologici estremi e nel contempo si genererebbero vantaggi investendo in nuove possibilità di sviluppo e in nuova occupazione.

Dal 1970 l’Umanità è entrata nel territorio dell’insostenibilità. Addirittura la data del cosiddetto Overshoot Day, ovvero il giorno nel quale terminano interamente le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno, anticipa anno dopo anno (nel 2018 si è verificato il 1 agosto). In sostanza, non si possono prelevare dal conto terrestre più risorse di quante i sistemi naturali siano in grado di rigenerare, né immettere rifiuti e inquinanti più di quanto la biosfera sia in grado di metabolizzare. Ci siamo spinti troppo in là del limite, oltre i <<confini planetari>>. Siamo infatti nell’Antropocene, l’epoca geologica iniziata dopo la rivoluzione industriale, caratterizzata dall’onnipresente impatto dell’Uomo su tutti i processi e gli ambienti naturali. Abbiamo cambiato il clima, cementificato i suoli, abbattuto foreste primarie, sterminato specie viventi attivando la sesta estinzione, inquinato acqua, aria e suoli.

Ebbene, è in questa pericolosa contingenza che il sistema capitalistico mondiale mostra tutti i propri limiti, le proprie contraddizioni e la propria miopia. Quanto suddetto porta ad affermare che tutto ciò dipenda dalla volontà politica dei singoli Paesi e dei singoli governi, nonché dagli impegni che gli stessi governi hanno preso nei confronti del capitalismo internazionale stesso.

L’insieme di questi problemi è causa anche dell’inarrestabile flusso di migranti, che si spostano per cercare condizioni di vita migliori, generando milioni di profughi climatici. Ecco perché dobbiamo attribuire più importanza ai temi ambientali per risolvere prima che sia troppo tardi. Servono, quindi, urgenti scelte tanto individuali quanto politiche che nascano dalla consapevolezza e dalla comprensione dei complessi legami che connettono gli ecosistemi e l’uomo.

È importante un coinvolgimento personale immediato, senza aspettare come spesso si sente dire, che siano i grandi a decidere. Da dove cominciare allora? Primo caccia allo spreco. È il principio guida a cui guardare. Nella nostra società occidentale si butta via tra energia, cibo e materie prime circa il 30 % di ciò che circola sul mercato. Diminuire le emissioni di carbonio, attraverso la riduzione degli sprechi energetici, rappresenta la strategia meno onerosa e più veloce da perseguire. In questo contesto il settore edilizio offre la maggiore opportunità, attraverso la progettazione e la costruzione di edifici efficienti dal punto di vista energetico.

Un’altra opportunità di recupero energetico è offerta dall’utilizzo di sistemi di cogenerazione e trigenerazione. Infatti, nella produzione di energia elettrica mediante cogenerazione soltanto il 15% di energia elettrica primaria viene sprecata (il 48% viene recuperata sottoforma di energia termica come acqua calda o vapore).

Bisogna, inoltre, puntare fortemente sullo sviluppo delle fonti rinnovabili con particolare riferimento al solare, alle biomasse, all’eolico, alla geotermia e al micro idroelettrico. È opportuno avanzare proposte volte a rafforzare il settore dei biocarburanti, del micro eolico e della geotermia applicata al settore civile e del recupero di energia contenuta nella frazione organica dei rifiuti.

Le politiche del trasporto dovrebbero favorire il passaggio dell’uso del mezzo privato al mezzo pubblico e incentivando al meglio la mobilità sostenibile pedonale e ciclabile e mobilità di spostamento come il car pooling. Un ulteriore aiuto potrebbe derivare dalle città, attraverso la creazione di foreste urbane. D’altra parte i dati ci dicono che un ettaro di foresta urbana, può assorbire 300 tonnellate di CO2, proprio come le foreste pluviali o le giungle tropicali.

Molti si sono già attivati in questa direzione, come ad esempio Tirana, che sta cercando di integrare cittadinanza, verde e tecnologia con un sito web che consente ai cittadini di piantare alberi e di curarne la crescita.

I cambiamenti climatici sembrano un argomento noioso, distante dalle persone e soprattutto difficile da capire. Eppure ci sono oltre 10 anni di articoli su clima, ambiente e soluzioni per essere più sostenibili, che possono essere commentati anche alla luce del pensiero di Primo Levi. Difatti il chimico torinese con la sua lucidissima analisi cercò di comprendere per quale motivo quando vediamo i segni di una imminente catastrofe, invece di agire per disinnescarla, la ignoriamo e la lasciamo crescere. E questo è proprio il caso dei temi ambientali, che sono ancora oggi tacciati di catastrofismo o comunque con sufficienza e marginalità. Dobbiamo scuoterci da questa cecità e capire l’enormità della posta in gioco.

Il percorso da intraprendere non è per nulla semplice, ma di fatto inarrestabile. Dalle città alle imprese locali, dal terzo settore alle multinazionali, bisogna lavorare sodo per essere più ecosostenibili. Contemporaneamente, però dobbiamo cominciare ad adattarci agli impatti del cambiamento climatico ormai in atto.

Purtroppo, quello che gli Stati stanno facendo è niente rispetto a quel che sarebbe necessario fare. È essenziale che questi investano per incentivare la transizione ecologica, e che i maggiori costi cadano sulle spalle dei maggiori consumatori di energia; non tanto sui cittadini, che devono invece essere incentivati anche economicamente per rendere più sostenibili i loro modelli di vita.