Si può vivere senza un comune solco di verità?

Di Marcello Secone

È di pochi giorni la notizia della firma del Patto trasversale sulla Scienza, da parte di Matteo Renzi e dell’insospettabile Beppe Grillo. La scelta di sottoscrivere un patto congiunto, che tenta di riaffermare una dignità comune alla scienza e una sua dimensione equanime, sebbene a qualcuno possa sembrare addirittura lapalissiana, rappresenta un momento importante per la democrazia. Di certo non perché una comune dichiarazione di intenti sia capace di risolvere un nodo gordiano di una portata immane, bensì perché testimonia l’emergere di una piaga pericolosa per tutte le democrazie liberali. Pericolosa perché lacera il fulcro attorno al quale ruota la politica democratica, lo sacrifica sull’altare del consenso più cieco, senza accorgersi che proprio dalla sua sussistenza pende la sopravvivenza delle comunità su cui poggiano gran parte delle Costituzioni liberali. Fa sorridere che lo stesso Beppe Grillo, fondatore e pioniere di uno dei partiti che più incarnano quello “stile paranoico” descritto da Hofstader, abbia deciso di aderire ad un tale documento. Proprio da un’analisi del Movimento e delle discutibili posizioni antiscientifiche espresse dai suoi componenti, possiamo meglio comprendere meglio il concetto di Hofstadter, che non solo traccia la linea direttrice del “complottismo”, ma ha anche il pregio di spiegare sociologicamente l’ascesa del Movimento stesso: quello che lo studioso americano definisce appunto come “stile paranoico”, ha origine millenaria ed è comune a tutti gli ambiti della società. Per fare chiarezza, è utile spiegarne la portata nella sua accezione più squisitamente politica: è il fenomeno che trova la massima espressione in quel modus operandi atto a dimostrare “..che ciò che è in gioco è sempre un conflitto tra il bene assoluto e il male assoluto e le qualità richieste sono non una volontà di compromesso ma la determinazione di combattere fino alla fine. Poiché si ritiene che il nemico sia totalmente maligno […] esso deve essere totalmente eliminato”. Perché se è vero che “l’atteggiamento paranoico si mobilita e agisce principalmente in relazione a conflitti sociali che coinvolgono schemi di valori primari”, è altrettanto vero che questi conflitti “mettono in azione paure e odi fondamentali, non negoziabili”. Ecco quindi che viene meno un pilastro della democrazia, e cioè il riconoscimento della validità di un’alternativa: come può una comunità evitare il dialogo? Come può una democrazia esistere senza compromesso?

A dimostrazione di quanto detto, possiamo ricordare l’episodio dello scorso dicembre, quando viene pubblicato sul “blog delle stelle” (sito di informazione del Movimento) un articolo dal titolo “Siamo sotto attacco. La democrazia è sotto attacco”, rimosso poco dopo. Il contenuto e i toni palesemente esasperati dell’articolo, soprattutto tenuto conto del fatto che siano stati concepiti come risposta al semplice disaccordo espresso in aula delle opposizioni sulla legge di bilancio, appaiono radicati a questa antica tendenza. È pertanto questo uno dei più tragici andamenti del momento, che contraddistingue la comunicazione dei Cinque Stelle (e non solo) e che si immerge nelle componenti sociali sempre più indebolite dallo sgretolarsi dello stato sociale.

Un altro fenomeno cui è strettamente collegata la teoria di Hofstadter e che vale la pena analizzare è, a mio avviso, quello della disintermediazione del sapere. Con tale termine si indica il dibattito, lo scambio, la relazione tra soggetti che non riconoscono l’autorevolezza o la competenza altrui, fenomeno che si accentua negli scambi di battute sui social network, che non conoscono la figura del mediatore culturale (che al contrario caratterizza la diffusione giornalistica e televisiva). Molto è stato scritto a riguardo, senza trovare una vera soluzione: in un’epoca globalizzata, nella quale i flussi di informazioni sono potenzialmente infiniti, cercare di fare chiarezza o imporre la propria visione (qualcuno direbbe “blastare”), rischia di fermare tale flusso producendo ancora più storture nella società di quante non ce ne siano già grazie alla rete.

La replica più naturale e diretta a tale fenomeno e alle sue forme patologiche (come le tanto citate “fake news”) è stata il debunking. Con questo termine si intende l’opera di chi demistifica e smentisce false credenze, bufale. Finora è stata questa l’unica risposta generalizzata, che però mostra i suoi limiti nell’uso comune: anche fare chiarezza oggi risulta essere una presa di posizione “politica”, e viene riconosciuta come tale dai sostenitori di uno come dell’altro schieramento politico. Anche gli studi portati avanti da Walter Quattrociocchi e dal suo team, mostrano una tendenziale indifferenza rispetto agli studi dei debunker, soprattutto da quella fetta di popolazione che è vittima di false notizie. Ciò dimostra la fallacia di un rimedio basato sul metodo scientifico, costretto a lottare contro la sempre più viva mancanza di fiducia nelle istituzioni (sociali o politiche che siano).

Appare chiaro insomma che il documento firmato da Renzi e Grillo, ponga una base importante per cominciare a parlare di un tema che influenzerà il destino delle democrazie, per come le conosciamo. Sembra non esserci quindi, un vero salvacondotto capace di far uscire la società occidentale da questa situazione, che però può essere ritrovato nell’individualità: saper creare relazioni senza prevaricare, esporre pacatamente un concetto veridico, può educare alla discussione e può farci muovere passi importanti proprio verso quel comune solco di verità tanto sperato (e necessario).

Chissà se basterà firmare dei protocolli, fare debunking o blastare utenti per tornare a riconoscerci come comunità: nel frattempo ripartiamo da noi.