Nuovo esame di maturità dal punto di vista di uno studente

Cesare Scipioni Il 26 novembre 2018 è stato emendato uno dei pochi decreti del nuovo governo italiano, il decreto n.769, in cui veniva stabilito dal MIUR lo svolgimento dell’ esame di Stato per le quinte liceali per l’anno 2018/19 e a seguire. Le modifiche sono molte: la terza prova, che, secondo lo stesso Ministero, era necessaria per “accertare conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato, nonché le capacità di utilizzare e integrare conoscenze e competenze relative all’ ultimo anno di corso, anche ai fini di una produzione scritta, grafica o pratica” è stata abolita, negando quindi il governo stesso il suo operato e portando molti a chiedersi se questa sia una disinteressata e insensata “opera di rinnovo”, mirata a mostrare il loro “forte desiderio di cambiamento”. Anche la tesina è stata abolita e nonostante lo stesso ministro Bussetti abbia tenuto a ribadire quanto sia importante il “rispetto per il percorso che gli studenti hanno svolto negli anni di scuola superiore” e che “debba essere premiata la loro esperienza a scuola”, l’impressione rimane quella di un governo che punta ad un disimpegno dei giovani sulla la scuola, dimostrato anche dalla possibilità di ammissione all’esame per coloro che mostrano delle insufficienze anche a più materie (purché la media scolastica rimanga superiore al 6. A sostituzione della tesina, è stata introdotta la presentazione delle attività di alternanza scuola-lavoro svolte nel corso del triennio, nonostante queste non fossero più necessarie, a seguito del decreto Milleproroghe. Le prove Invalsi, introdotte circa un decennio fa, sono state ridimensionate significativamente, non essendo più un requisito di accesso agli esami: il nuovo governo pare non conoscere “ i suoi polli”, non aspettandosi che la gran parte dei ragazzi non attenda a queste prove, oppure è proprio questo il loro obiettivo? Fulmen in clausola, anche la prima e la seconda prova sono state vittime del “cambio di gestione”, come anche i criteri di assegnazione dei crediti, che svalutano ancora una volta il confronto orale, che è o era vanto italiano “doc”. Questi supposti miglioramenti sembrano non trovare popolarità né tra gli studenti né tra i professori, che hanno raggiunto le 10000 firme, sul sito Change.org, per tornare alla buona vecchia scuola. Ora, guardando all’ennesimo crimine contro gli italiani e la loro identità, alcune riflessioni sorgono spontanee: a quali obiettivi si prospettano questi cambiamenti? Cosa sta succedendo in Italia, ma anche nel mondo? Molti giovani vengono educati a guardare alla democrazia sotto la luce delle identità, a considerarsi non cittadini democratici, ma individui il cui interesse deve essere circoscritto ai problemi che facciano riferimento all’identità. Sui social network, ma anche fuori dallo schermo, questi sono attenti alle “questioni personali di genere” e non a questioni di giustizia economica o politica estera e non. Le grandi ideologie che tentavano di spiegare tutto avevano dei problemi, sì, ma almeno dettavano la realtà dei legami tra le cose. Gli effetti della globalizzazione hanno destabilizzato le nostre nazioni, e si è allargato il divario tra un’elite ricca e istruita e una sottoclasse meno fortunata, i grandi valori stanno scomparendo e le democrazie si stanno sfaldando, governi si succedono ad altri governi, creando un’ instabilità che affonda sempre di più le sue radici nelle fondamenta della nostra società, e nascono governi che promettono di riuscire a controllare queste forze, ma non ne sono capaci. Il nuovo esame di maturità e ciò che comporta, con tutti i suoi “se” e “ma”, è lo specchio che riflette l’immagine che va profilandosi nel più vicino futuro, e sta a noi impegnarci a non permettere che un populista della fiera e uno pseudo-Trump controllino i nostri giovani per i fili di una “diseducazione scolastica” che non permette ai suoi studenti di realizzare che ognuno ha sì dei diritti, ma anche dei doveri.