Febbraio 2017: Marco Cappato accompagna personalmente in Svizzera Fabiano Antoniani, noto ai più come “Dj Fabo”, per mettere volontariamente fine alla sua vita. La Corte d’assise di Milano, nel processo a carico del primo, chiede alla Corte costituzionale di esprimersi sulla legittimità dell’art. 580 del codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio. Nel novembre del 2018, la Corte costituzionale deposita l’istanza 207 dove, con il tono di una sentenza di incostituzionalità, invita il Parlamento a colmare il vuoto normativo presente attorno alla disciplina del suicidio medicalmente assistito entro il 23 settembre 2019, fissando la prossima udienza al giorno seguente. La Corte costituzionale ritiene l’art. 580 illegittimo sia a livello di perimetro di applicazione, incriminando qualsiasi condotta di aiuto al suicidio pur non istigante, sia a livello sanzionatorio, non distinguendo il livello di gravità dell’istigazione. È legittimo punire chi aiuta al suicidio, anche quando il diretto interessato è pienamente conscio della sua scelta e compie da sé il gesto fatale? O forse la domanda più corretta da porre sarebbe: è giusto legalizzare la pratica del suicidio assistito? A poco meno di un anno di distanza dall’istanza della Corte, il Comitato nazionale di bioetica si esprime a riguardo pubblicando “Riflessioni bioetiche sul suicidio assistito”. Tale documento, di natura puramente consultiva, si fa carico del duro compito di illustrare la complessità della questione, rivelando le criticità e rispecchiando la spaccatura presente nella società civile fra chi è pro, chi è contro e chi crede che non sia ancora giunto il momento di legiferare a riguardo. Appare chiaro come una risposta affermativa alla seconda domanda permetterebbe di risolvere anche la prima; risulterebbe invece meno intuitiva nel caso di pareri contrari alla legalizzazione. Ad oggi, il nostro ordinamento non punisce il suicidio (o meglio, il tentato suicidio), eppure il dibattito in materia di suicidio assistito rimane aperto e particolarmente acceso. I cardini su cui ruota sono rispettivamente: diritto alla vita, valore della vita, dignità umana e diritto all’autodeterminazione. Attribuendo loro diversi pesi, si giunge a risposte molto differenti. La parte cattolica del paese invoca la sacralità della vita, mentre quella laica sventola la bandiera della dignità e della libertà di esercitarla nell’autodeterminazione. Non è semplice affrontare temi dove la morte e la vulnerabilità umana si rivelano in maniera così dirompente, praticamente impossibile commentarne a cuor leggero. Ma in uno spazio dove i sentimenti della compassione e della pietas fanno da padrona, come si può non cedere all’umiltà e al rispetto per la soggettività altrui? Come si può essere convinti di poter prendere le giuste decisioni senza aver attraversato situazioni dove limiti e barriere fisiche non permettono più di condurre una vita libera e dignitosa? Prendersi cura del prossimo non significa nascondersi dietro un’inattaccabile sacralità della vita, ma comprendere che il diritto alla dignità è forse il modo più completo per esprimere il diritto alla vita. E che se un individuo può esercitare il diritto al più, allora dovrebbe poter esercitare anche il diritto al meno. Il dare pesi diversi al valore della tutela della vita piuttosto che dell’autonomia personale viene presentato come emblema dello scontro tra un modello politico-culturale di stampo solidaristico e comunitario e un modello liberistico e individualistico, eppure al momento mi risulterebbe difficile trovare un argomento dove questi due modelli possano incontrarsi perfettamente come su questo: legittimare la libera scelta di una persona sofferente sia come espressione di solidarietà che come espressione di individualismo e libero arbitrio.
Nelle riflessioni del CNB emerge anche una terza posizione, contraria a legiferare finchè le cure palliative non saranno pienamente accessibili. Il mutismo del Parlamento a riguardo, probabilmente non dovuto ad una vicinanza di pensiero con quest’ultima porzione di Comitato, si tramuterà a breve in un silenzio assenso. E la crisi di governo appena annunciata renderà ancor più lontano il miraggio che se ne discuta nelle camere di competenza. Il dibattito potrà anche snodarsi all’infinito sul piano etico, ma senza un parallelo politico il tanto agognato “volere del popolo” non verrà mai espresso e nessuno potrà impedire che la Corte esprima la sentenza di incostituzionalità, rendendo così il suicidio assistito una pratica legittimamente offerta dal Servizio Sanitario Nazionale. Sarebbe bello che nel 21esimo secolo si parlasse di diritti e di dignità umana ascoltando le richieste di persone che vivono davvero determinate situazioni e sofferenze, ascoltando e tutelando i diretti interessati. Ma cosa potremmo mai aspettarci da uno Stato in materia di diritti se egli stesso rinuncia alla possibilità di legiferare ed esprimere la sovranità popolare?