L’Abruzzo si colloca al primo posto in Italia per percentuale di superficie protetta, pari al 36% del territorio regionale. Con 3 Parchi Nazionali, 1 Parco Regionale e 34 riserve naturali possiamo dire con assoluta certezza  che la natura in Abruzzo è innegabilmente “primo piatto” dell’offerta turistica della nostra regione. Eppure da sempre, con un particolare incremento negli ultimi anni, le aree protette subiscono attacchi da chi da esse ne giova.

La questione dei rapporti tra politica e parchi è una questione che viene da lontano, probabilmente dal 1923 anno in cui il Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise fu istituito con Regio Decreto, e che trova linfa vitale nelle azioni quotidiane degli amministratori ad ogni livello. Probabilmente il problema principale che incide sulla questione è la visione antropocentrica che la società odierna ci ha spinto ad avere del bene comune. Nella mia seppur breve esperienza da amministratore ho avuto spesso a che vedere con colleghi di ogni radice politica che vedono i parchi come degli ammassi di burocrazia e vincoli che in un modo o nell’altro limitano l’azione amministrativa del territorio e ne frenano lo sviluppo delle potenzialità. È innegabile che l’istituzione di un area protetta porti con sé una serie di leggi e regole che limitino l’azione politica in alcuni degli ambiti più sensibili, come ad esempio l’urbanistica, ma è anche vero che spesso i benefici che tali istituzioni portano sono maggiori di qualunque sacrificio che un ente locale, quale può essere un comune, o il privato cittadino sono costretti a fare.

Quando i parchi sono messi in condizione di poter operare e di poter espletare la propria funzione di mantenimento dell’equilibrio ambientale, a giovarne non è solo la natura ma è tutto il sistema. Durante la 26° edizione dell’ecotur, la Borsa Internazionale del Turismo Natura, nel 2016, il rapporto del prof. T.Paolini dell’università dell’Aquila evidenziò come nel 2015 (anno delle ultime rilevazioni) il turismo natura subì un incremento di circa il 2% in più rispetto al 2014, anno in cui in Italia si superò la quota di circa 102 milioni di presenze nei parchi nazionali e di 11,8 miliardi di euro di fatturato e i dati, ad oggi, sono in continua crescita.

Le amministrazioni locali e regionali che negli anni si sono succedute hanno spesso disdegnato, se non addirittura contrastato, lo sviluppo delle aree protette.

Esempio lampante di tale indirizzo politico è il Parco Regionale Sirente-Velino. Commissariato dal 2015, è stato abbandonato dalle diverse amministrazioni regionali che si sono succedute. Con circa 50.250 ettari di territorio il parco, istituito nel 1989, non è mai stato davvero operativo, comportando spesso vincoli per la popolazione. Nonostante il suo immenso patrimonio di biodiversità, la Regione Abruzzo non è mai sembrata intenzionata ad investire su tale ente, comportando una paralisi nella sua azione e, come diretta conseguenza, una paralisi nelle azioni dei comuni che ne fanno parte.

 

Nel 2019, anno in cui la questione ecologista sta tornando alla ribalta, è necessario che la politica si faccia carico di portare avanti la questione etica della tutela dell’ambiente. Con le dovute proporzioni, come Bolsonaro piange gli incendi nell’Amazzonia e alle spalle taglia i fondi alle associazioni che si occupano della tutela del polmone verde del mondo, così in Abruzzo la politica si lamenta del malfunzionamento dei parchi e alle spalle taglia loro i fondi necessari anche solo a pagare chi fa ricognizione in giro per i boschi.

 

È ora che ci si faccia carico, da noi piccoli amministratori fino al governo nazionale, di un nuovo modo di intendere la politica e lo sviluppo. Nell’era del riscaldamento globale, quella naturalistica rappresenta il futuro dell’offerta turistica che, soprattutto nella nostra regione, dobbiamo proporre e portare avanti. L’ Abruzzo è ricco di ambienti di straordinaria bellezza e importanza  ambientale da tutelare e valorizzare, la regione perfetta per creare economie locali basate su un concetto sostenibile e responsabile del turismo. C’è ancora tempo per proporci come portatori di un nuovo modo di concepire la società.