Il 31  Agosto, a ridosso della ripresa dell’anno scolastico, la Fp CGIL Nazionale ha rilanciato la campagna   Chiedo asilo: perché l’asilo nido sia un diritto e non più un servizio a domanda individuale.  Dall’elaborazione  del sindacato, condotta sui dati Istat relativi all’offerta comunale di asili nido ed altri servizi socio-educativi per la prima infanzia per l’anno scolastico 2016-2017, emerge un quadro  preoccupante: non tutti i bambini italiani  avranno, in egual modo,  la possibilità di accedere ad un’offerta formativa e didattica.

Il dato è il seguente: oltre 1 milione di bambini e bambine tra zero e tre anni sono esclusi dagli asili nido. I motivi sono differenti  e, a parte la scelta della famiglia, sembrano dovuti soprattutto alla scarsa offerta di servizi  pubblici   ed alle elevate  richieste economiche  da parte dei privati.

I 13. 147 servizi socioeducativi  per la prima infanzia censiti (di cui 11.107 asili nido) sia pubblici che privati, riescono a garantire una collocazione solo a 354 mila bambini (su un totale di 1.492.000 bambini tra 0 e 3 anni presenti sul territorio nazionale), di cui 320 mila nei nidi. I numeri corrispondono al 24%  del potenziale bacino di utenza, ben al di sotto dell’auspicato 33% fissato dall’Unione Europea  con la Strategia di Lisbona. Anche in questo ambito  il divario tra il Nord ed il Sud del Paese appare profondo. Infatti mentre  in diverse regioni del Centro-nord il parametro del 33% è ampiamente superato (Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Toscana e Provincia di Trento), nel Centrosud siamo ancora molto lontani ed oscilliamo dal 20% dell’Abruzzo  al 7,6% di copertura della Campania.

Il pubblico pare aver smesso di investire sui nidi.  La spesa dei comuni per i nidi è passata da 1,6 miliardi di euro nel 2012 a 1, 475 miliardi nel 2016. Diminuiscono i nidi a gestione comunale a favore di una crescente scelta da parte delle amministrazioni comunali verso forme di privatizzazione del servizio o verso servizi privati puri, con conseguente riduzione della spesa corrente.

La situazione  è allarmante  e sembra proiettare  lontana  anni luce la Riforma 0-6 uno degli 8 decreti attuativi della legge 107/15 nota come “Buona Scuola” che prevedeva la realizzazione di un piano pluriennale di consolidamento, ampliamento ed accessibilità dei servizi educativi  per la prima infanzia con l’obiettivo di giungere nel 75% dei Comuni al raggiungimento di almeno il 33% di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale, un abbassamento dei costi per le famiglie  ed il superamento delle disuguaglianze sociali e territoriali.  Alla base della riforma c’è l’idea sacrosanta che ogni bambino ha  diritto ad accedere al sistema educativo fin dalla nascita indipendentemente dalle condizioni sociali e territoriali in cui si trova. Asili nido e scuole dell’infanzia non possono più essere considerati “parcheggi” riservati a chi può permettersi di pagare ma luoghi di crescita e formativi per tutti i bambini.

Garantire più servizi e di qualità è l’unico strumento per contrastare il calo demografico, per incentivare il lavoro delle donne e soprattutto per ridurre le diseguaglianze sociali e culturali . I servizi educativi per la prima infanzia devono essere pensati  come luoghi ricchi di stimoli educativi e  culturali per i bambini, i quali,  fin  dalla più tenera età , sono in grado di assorbire tutto ciò che li circonda e di arricchirsi anche delle differenze culturali e sociali.  Solo in questo modo riusciremo a dare a tutti le stesse chance indipendentemente dalla loro provenienza sociale e culturale.

Se questo Paese vuole veramente pensare al futuro delle nuove generazioni,  un semplice sistema di videosorveglianza non basta anzi…..