Slogan come mantra, fake news che diventano virali in un lampo, e rettifiche al contrario infinitamente depotenziate, disinformazione che informa l’opinione pubblica e orienta pensieri e trend. Politici, culturali, etici. Il quadro che emerge dal mare magnum della Rete, tra social e new media, è a tratti sconfortante. Dell’enorme potenziale di questi strumenti, il colpo d’occhio sui nuovi media, in particolare riguardo ai social, rimanda poco, e quello che emerge è, spesso, l’abbattimento dei meccanismi di autocontrollo, dei singoli e dei gruppi, in grado di preservare un livello minimo di dignità e persino di opportunità dell’utilizzo, per contro ormai quasi ineludibile, di detti mezzi, Chi stabilisce il “livello minimo”? Lungi dall’invocare oscuri guardiani, basterebbe attenersi alle regole fondamentali ed elementari della civile convivenza, oggi smarrite nella caotica linea d’orizzonte dominata da linguaggi aggressivi, spesso brutali e di fatto antitetici rispetto a un vero dibattito, o anche scontro, inteso come momento di confronto o, anche solo esercizio di forze tra parti.

La trasformazione epocale rappresentata dal web è, nei fatti e per gli effetti dell’avanzamento tecnologico incalzante, come del conseguente mutamento di usi, nel pieno dell’evoluzione. La sintesi tra i nuovi strumenti e le attuali dinamiche sociali, per quanto attiene allo scambio, all’affermazione di sé e del proprio branco sociale, è ancora in mezzo al guado. La politica si adegua. L’informazione si adegua. Ma in certi casi adeguarsi significa, per informazione e politica, essere scollati dalla partecipazione alla formazione dei processi, alla perenne ricerca di utilità – rispondenti a esigenze varie e per certi aspetti legittime – e abdicare a parte preziosa del loro ruolo pedagogico, educativo, tanto della politica quanto della stampa, e delle diverse misure in cui ciò avviene, molto si potrebbe dire.

Il clickbait domina: in molti casi ci si fa diffusori di notizie errate, non adeguatamente verificate, poi amplificate e distorte. E la sempre minore attitudine a verificare, contestualizzare e comprendere, è un elemento che diventa sempre più diffuso e da cui non è immune l’informazione. Quella online,  in particolare, per le difficoltà proprie della sua essenza pionieristica, ormai croniche, e la sua stessa attuale conformazione, per la maggior parte dei casi, che la rendono desolata, seppure tenace, pellegrina in una “terra di mezzo”, ricca di incognite, con poche regole e pure nebulose. Ma se da un lato la politica rinuncia al suo ruolo di guida e l’informazione allarga le maglie del controllo e della verifica,  i cittadini possono incappare nella rinuncia al senso critico, alla sua latente e progressiva dismissione. Non è solo auspicabile, è ormai improrogabile l’assunzione di responsabilità, della politica, dell’informazione, delle Istituzioni, di quanti le istituzioni vanno a rappresentare: è paradossale quanto avvilente doversi augurare, e dover pretendere, da parte delle Istituzioni, a qualunque livello, il rispetto del profondo valore di sé stesse, del proprio ruolo. Il superamento della percezione del “deficit democratico” evocato in ultimo da Marquand rispetto all’UE, agitato dai sovranisti di varie fogge, ma pure all’occorrenza da aspiranti accentratori di poteri vari, presuppone la partecipazione più ampia dei cittadini, ma partecipazione più ampia deve corrispondere a partecipazione più consapevole, non attraverso una impossibile – e spaventosa – uniformazione e riduzione della complessità, ma sulla base del rispetto di regole condivise, di un lessico comune,  funzionale  a ogni  vision particolare e al confronto democratico.

Potenziare la partecipazione popolare alla politica delle istituzioni non può prescindere dalla reale maturazione dei processi comunicativi, adeguati e in linea con i nuovi strumenti. Flusso di informazioni non necessariamente è comunicazione; così è in merito alla maggior parte delle politiche e dei processi di decision making che interessano il Paese, per cui in consistenti strati di popolazione manca una reale cognizione circa i temi più attuali e spesso tanto “sloganizzati” da perdere sostanza e contorni effettivi, come anche della portata di determinate strategie, di questa o quella ispirazione ideologica e filosofica che siano.

Parlare di  migrazioni non può non includere – con i pro, i contro,  i sostenitori di “La terra è di chi la lavora” – parlare delle cause, multifattoriali, e confrontarsi sul fatto che l’alzare muri e chiudere porti non solo sono rimedi insufficienti, e sulle cui implicazioni morali potrebbero avanzarsi trattati, ma che equivalgono a un tappo di sughero posizionato all’imbocco di una bottiglia piena di gas che continua a surriscaldarsi. Parlare di futuro e di soluzioni, dal lavoro alla tutela delle risorse primarie, allo sviluppo, significa parlare di Ambiente. Parlare efficacemente di Ambiente, nel contesto moderno e al cospetto di modelli al tramonto, con tutti i rischi e le potenzialità insite, significa parlare di Europa, e di contesto globale. Ma “Parlare” non può prescindere, al di là della moltitudine di vedute e di idee, da una lingua comune, radicata, appunto, nel rispetto di regole condivise. L’attuale livello di scontro tribale che si evidenzia nel Paese richiede più dell’intervento dei gestori dei social network più diffusi, dei richiami degli Ordini, delle reprimenda occasionali. Richiede un nuovo patto, uno sforzo congiunto e incessante, che ripristini l’osservanza delle regole, deontologiche e di civiltà, tra la politica, la Stampa, i cittadini. La politica faccia la sua parte.  L’informazione faccia la sua parte, nell’esercizio del diritto di critica e di cronaca, riaffermando la consapevolezza delle proprie prerogative e delle proprie responsabilità, a partire dal linguaggio e dai contenuti che veicola. Tra i buoni inizi auspicabili, vedere il dissenso sociale, netto e chiaro, indirizzato agli hater, a quelli che diffondono il mefitico morbo di quella violenza che pian piano diventa “normale”. Che disumanizza e porta alla celebrazione di chi la usa e diffonde: i bulli incensati dallo pseudo consenso di like e follower. Un sano, netto, altolà alla barbarie, alla mancanza di ogni remora nella sopraffazione, o nel tentativo di sopraffazione, attraverso lo sberleffo, l’insulto, spesso anche nelle forme più vili e anonime: un ripartire da qui, da un “noi” tanto essenziale quanto rispettoso di ogni complessità, quale precondizione per trattare, per poter trattare, poi, di best pratice, scelte consapevoli, società, atti, fatti. Un altolà per aprirle “le finestre”, ma per lasciar finalmente entrare aria pulita.