Libri, editoriali, articoli, post. Si è dedicato di tutto allo studio e all’analisi della condizione in cui oggi versa la sinistra in quello  che una volta era il paese che insegnava al mondo la cultura progressista e il movimento operaio. Fiumi di parole che spesso hanno portato alle stesse cause, le stesse date, alle stesse risposte. Eppure la sinistra è ancora lì, timida e debole, consapevole dei propri limiti ma incapace di superarli, come una persona troppo impaurita dal “nuovo”, dal mondo che avanza, terrorizzata dall’idea di reinventarsi, di cambiare, di rimettersi in gioco.

La sinistra oggi è disunita, frammentata, debole in ogni sua anima e in ogni suo aspetto. Mille rivoli spesso uguali nelle idee, ma sempre diversi nel tragico mondo della strategia. E mentre ci si ostina nel ripetere gli stessi errori là fuori il popolo cerca risposte e le trova nel populismo, nel sovranismo. Quella italiana è una sinistra che non è più in grado di parlare alle persone, di avvicinarsi ad esse, che nell’era della dicotomia popolo-establishment, non solo spesso non si è schierata con i primi ma ha scelto di far parte dei secondi, tradendo le proprie origini, la propria storia, la propria natura. E non è un problema che riguarda solo le classi dirigenti della sinistra moderata, ma spesso e volentieri è un problema che riguarda anche la gente comune che a questa sinistra moderata fa capo e si ispira. La storia del progressismo italiano è quella di plasmazione della coscienza di classe, di lotta per l’emancipazione ed è stata la stessa sinistra nella sua natura post-ideologica e post-sovietica a distruggere ciò che nel secolo breve aveva costruito.

La vittoria del liberismo sfrenato degli anni ’80 con la Thatcher e Reagan, la vittoria della globalizzazione dopo Genova 2001, sono solo le cause di un problema ancora più grande, quello della resa incondizionata ad un solo modo di intendere il mondo e la società. E sono le classi dirigenti che negli anni si sono susseguite a capo di ciò che restava del partito di sinistra più grande dell’occidente ad essersi arrese. Non è stata la destra ad aver intrapreso la strada della “terza via” di Blairiana memoria. Sotto lo stendardo del riformismo i progressisti si sono fatti carico di guerre umanitarie, del restringimento del welfare state,  della precarizzazione del mondo del lavoro. Al mondo che proponeva la Thatcher prima e Berlusconi poi la sinistra moderata ha risposto con la stessa carta, azione che ha creato un vuoto tra essa e il suo popolo, vuoto che è stato riempito da chi, tramite parole d’ordine chiare, ha spostato l’asse del dibattito a destra mettendo allo scoperto tutte le lacune che il centrosinistra ha avuto da 30 anni a questa parte. E se è vero che negli ultimi mesi qualche timido sussulto c’è stato, è anche vero che sempre negli ultimi mesi al breve governo Gialloverde ci si è opposti rivendicando le privatizzazioni, il Jobs Act e le politiche anti-immigrazione di Minniti.

E la sinistra radicale? Sparita nel 2008, ad oggi è un guazzabuglio di partiti che insieme non hanno la forza per entrare in parlamento. Dopo un decennio di fallimentari esperimenti, oggi la sinistra radicale è confusa, spaesata, schiacciata dal peso di un partito che pur non essendolo, in confronto a ciò che c’è dall’altra parte appare come un partito socialista.

Siamo di fronte ad uno spartiacque, un momento storico dove va fatta una scelta e va perseguita. Non c’è più tempo per gli esperimenti, non c’è più tempo per le beghe interne. Oggi, di fronte a questa avanzata sfrenata dell’odio e del sovranismo c’è l’urgenza e il bisogno che la sinistra torni a fare la sinistra. Il paradosso più grande è che dopo una storia spesa ad insegnare alle persone quanto il capitalismo avrebbe distrutto il tessuto sociale e massacrato il mondo del lavoro, proprio oggi che tutto ciò sta avvenendo la sinistra nell’immaginario collettivo è proprio la rappresentazione di questa società. C’è bisogno di una nuova primavera, di persone forti e autorevoli che abbiano la capacità di mettere da parte chi ha distrutto anni e anni di conquiste sociali per riniziare a percorrere la strada verso una società più giusta, più equa. Le mille anime della sinistra devono trovare la forza per sedersi a tavolo e lavorare nonostante le differenze, anzi consapevoli di esse. C’è bisogno di una sinistra che non si prenda gioco delle persone che votano i populisti, ma che parli a quelle persone, le comprenda, capisca le cause che l’hanno portata a fare quella scelta. Una cosa che molti anziani mi hanno detto è che negli anni ’60 anche il più analfabeta era in grado di fare lucide analisi sulla situazione politica, economica e sociale del paese, perché c’era una sinistra che non disdegnava la gente comune ma la indirizzava, la rendeva cosciente di sé e della propria forza. E’ tutto questo che va ritrovato, vanno convinte le persone a non credere a chi li oppone agli immigrati, ma a concentrare le proprie forze verso chi gli ha tolto il lavoro, tolto i diritti, rubato il futuro. Ed è per questo che c’è bisogno di una nuova generazione nella sinistra, per far sì che chi va a spiegare queste cose alla gente comune non sia chi tutte queste cose le ha fatte.