Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita. Nelle carceri italiane i poliziotti si tolgono la vita. L’area penale interna e esterna conta ben 172388 persone ad oggi. L’organico della polizia penitenziaria è inferiore di ben 5771 unità rispetto al previsto. Nel 2018 gli eventi critici tra le sbarre si dividono in 10423 atti di autolesionismo, 1198 tentati suicidi, 7784 colluttazioni, 1159 ferimenti e 5 tentati omicidi. Dati tutti in aumento rispetto al 2017 secondo il n.270 della rivista Polizia Penitenziaria –società giustizia e sicurezza- pubblicata a marzo 2019.

Il tasso di suicidi della popolazione carceraria è 18 volte più elevato rispetto a quello nazionale. Secondo la rivista Ristretti Orizzonti, nel 2018 sono stati 67 i suicidi in carcere, il sintomo più grave di un malessere penitenziario. Le relazioni del Garante dei detenuti riporta che il numero dei suicidi di maggiore rilevanza si ha entro i due anni dal fine pena.

Allarmanti sono anche i dati che riguardano gli agenti di polizia penitenziaria, che detengono purtroppo il primato del più alto tasso di suicidi tra tutte le forze dell’ordine, tra il 2007 e il 2019 sono stati 70 i suicidi tra gli agenti.

Secondo il XIV rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, drammatica è la condizione dei detenuti disabili, psichiatrici o semplicemente malati. Pochissime sono le carceri dotate di un servizio di cartella clinica informatizzata: su 86 carceri visitate dai Antigone, 59 non la possiedono.

Quasi del tutto assente la continuità assistenziale. All’ingresso nell’istituto di pena il detenuto arriva privo di una storia clinica. Storia clinica che lo accompagnerà solo in un eventuale trasferimento in altri istituti. I dati sanitari sono prevalentemente scritti a mano nei penitenziari e, in caso di dimissione, la cartella clinica non viene mai rilasciata al detenuto costringendolo  a iniziare da zero un nuovo percorso sanitario.

Ancora più complessa la situazione dei detenuti psichiatrici o presunti tali. Si tenga presente che la media nazionale delle ore di presenza in carcere di uno psichiatra è di 8,6 ore a settimana per 100 detenuti e di 11,3 ore settimana dello psicologo per 100 detenuti ma sono totalmente assenti i tecnici della riabilitazione psichiatrica e gli infermieri specializzati.

Tutto a discapito del detenuto in prima battuta e degli agenti di polizia penitenziaria costretti, loro malgrado, a sopperire e arginare le conseguenze di tali carenze.

Basti pensare che 1198 tentati suicidi nei penitenziari italiani sono stati sventati grazie all’immediatezza dell’intervento della polizia penitenziaria. Questo il rovescio della medaglia di un’area trattamentale assolutamente carente e iniqua. Costretta ad arginare materialmente e con scarsissimi strumenti emotivi personali il disagio dei detenuti, la polizia penitenziaria è vittima più di altre forze dell’ordine del fenomeno del burnout. Fenomeno quest’ultimo che trova il suo culmine nel suicidio.

E allora a chi fa bene il carcere in Italia?

Il detenuto afflitto dall’assenza di prospettiva di riottenere la rispettabilità persa e dalla consapevolezza di trascorrere la detenzione inutilmente dal punto di vista della rieducazione e del reinserimento perde ogni speranza. Sovraffolamento, carenza di risorse e personale sia dell’area trattamentale che di custodia limitano o addirittura escludono la possibilità di comunicazione, rieducazione e crescita. Ed ecco che il corpo diventa l’unico mezzo per parlare, quale veicolo tangibile per comunicare un disagio reale e drammatico. Il corpo quale unica cosa di cui disporre senza limiti a differenza del tempo e dello spazio. Il corpo quale unico mezzo per ottenere lo sguardo dell’altro su di se. E allora se non si può parlare con un educatore perché non c’è, se non si incontra uno psicologo prima di dieci giorni, se non si hanno parenti che vengono ai colloqui, se non si è guardati si usa il corpo anche barbaramente  costringendo chi c’è a prendere atto della propria esistenza.

Ed ecco che il carcere ci si svela, nonostante lo sforzo di chi ci lavora, nonostante il supporto delle associazioni di volontariato, come un luogo dello Stato che non fa bene. Più che il luogo della rieducazione, spesso è costretto ad essere il luogo in cui scontare una pena. Pena che, come direbbe l’antropologo Didier Fassin, non segue alcuna logica di equità ma varia a seconda del reo mitigandosi quando coinvolge strati sociali elevati e accanendosi su chi è già escluso.

E allora siamo molto lontani dagli articoli 2, 3 e 27 della Costituzione. Come direbbe Calamandrei la Costituzione è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. E osservando le carceri italiane è un lavoro da compiere alla svelta. Il carcere è il luogo in cui più di altri luoghi, l’indifferentismo politico mette a repentaglio la dignità dell’uomo e la mette a repentaglio in un luogo dello Stato.