La mafia uccide solo d’estate”, recita il titolo di una nota serie televisiva. Eppure, la mafia regna ed ha potere tutto l’anno, limitando la libertà individuale e lo sviluppo sociale ed economico soprattutto nel Mezzogiorno del nostro Paese. Tutto ciò grazie ad un meccanismo così radicato da essere considerato parallelo allo Stato. I mafiosi non riconoscono nella nostra Costituzione le proprie regole e la propria morale, ma seguono un proprio codice, introiettando e facendo loro la legge del mondo in cui nascono, quello di Cosa Nostra.

È alla luce di ciò, ed in seguito ad omicidi e attentati come le stragi di Capaci e via D’Amelio, che nasce la necessità da parte dello Stato di adottare misure più severe per combattere ed arginare tale fenomeno, a tutela della collettività. La pena dell’ergastolo ostativo è la misura adottata in tal senso. Il maggior rigore rispetto al comune ergastolo risiede nel fatto che i benefici penitenziari vengono resi possibili solo dimostrando di non avere più legami con l’organizzazione criminale, collaborando più o meno utilmente con la giustizia. La questione è stata più volte ripresa dalla Corte Costituzionale, stabilendone la legittimità soltanto in presenza del rifiuto, da parte del reo, di una collaborazione possibile ed esigibile.

Contro questa severità si è espressa la CEDU a giugno, riconfermando tale sentenza pochi giorni or sono, ragionando sul caso particolare di Viola. Quest’ultimo aveva presentato ricorso in seguito alla mancata concessione della libertà condizionale, da lui richiesta nonostante non abbia mai collaborato con la giustizia. È proprio sull’accessibilità a tali privilegi la critica mossa dalla CEDU, a parer loro troppo limitata, e dunque sulle scarse possibilità di riesame della pena: in tal modo, la pena non può essere considerata come comprimibile, violando così i diritti umani.

Ricordiamo che la detenzione non deve avere natura vendicativa bensì riabilitativa, e l’introduzione di benefici quali lavori forzati all’esterno, libertà condizionale etc nascono sulla scia dell’intento di rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione). Viene tale scopo riabilitativo perseguito anche in luogo della severità dell’ergastolo ostativo? Anche il delinquente è titolare di una dignità umana inalienabile, e soprattutto è potenzialmente capace di miglioramento. La Costituzione rispecchia una visione antropologica ottimistica. Come può l’ergastolo adempiere a tale funzione rieducativa se non viene concesso al reo la possibilità concreta di tornare a rispettare le leggi nella realtà esterna? Come può una pena senza fine essere coerente con il senso di umanità, privando il condannato della speranza? Un percorso rieducativo è serio solo se accompagnato da una reale risocializzazione.

Dall’altro lato, non si può non ricordare cosa la mafia rappresenti per il nostro territorio, a partire dal potere economico e sociale, passando al controllo del potere politico, arrivando all’instaurazione di un clima tale da non assicurare alle vittime il diritto di vivere un’esistenza libera e sicura. L’Italia non può dimenticare la sua storia, passata e presente.

Questa polarizzazione tra interesse del singolo e tutela della collettività trova diverse risposte in base alle interpretazioni ed alle conseguenze di tali disposizioni. Contestando la sentenza della CEDU dal punto di vista prettamente giuridico, facendo riferimento alla nostra Costituzione ed al diritto penale, si potrebbe arrivare a concludere che la norma, nonostante la severità, tuteli i diritti dell’uomo, per cui il dualismo verrebbe meno. Interpretazioni più lontane potrebbero invece essere in disaccordo, definendo tale condizione troppo dura da agevolare la rieducazione. La prospettiva di benefici solo in seguito a collaborazione potrebbe portare il detenuto a non sentirsi davvero libero di pentirsi, ma piuttosto sottoposto ad una sorta di ricatto psicologico.

È, inoltre, l’ergastolo ostativo uno strumento davvero efficace nel limitare l’azione criminale dei detenuti? È ancora utile e necessario per contrastare la criminalità organizzata?

Come districarsi tra questi interrogativi?

L’intento di questo mio articolo, ahimè, non è quello di trovare una soluzione, non avendone né le competenze giuridiche né presumendo di possedere la verità assoluta, ma quello di provarsi a porsi le giuste domande, rifletterne e guardare a ciò che di positivo se ne può trarre.

Il 22 ottobre la nostra Corte Costituzionale dovrà nuovamente esprimersi a riguardo della legittimità di tale pena. In caso di ridimensionamento della normativa a favore dei condannati, sentimenti sicuri all’interno dell’immaginario collettivo potrebbero essere timore e rassegnazione verso una realtà che non riesce davvero a punire i colpevoli e proteggere le vittime. Ma la speranza?

Non è la passiva accettazione della sentenza della CEDU che viene qui auspicata, né tantomeno un esasperato garantismo.

Il mafioso non è libero di essere mafioso. È egli stesso vittima di un sistema. Quanto è colpevole una vittima diventata carnefice? È giusto punire chi non è stato libero di scegliere? Può la detenzione rappresentare sempre e solo lo strumento più utile ed efficace?
Mai come in questa situazione la rieducazione è fondamentale come strumento per una lotta radicale e profonda. Non dimentichiamoci questa necessità.
Inoltre, cerchiamo di non guardare a questa sentenza come ad un attacco alla nostra storia, ma come pretesto per porci nuove domande ed insinuare il sano dubbio. Il lecito dubbio di una normativa che può e deve evolversi nel tempo, alla luce anche di nuove teorie psicologiche e sociali. Si può fare meglio?

Facciamo rimbombare in noi l’eco di tale interrogativo, nell’inguaribile speranza che le istituzioni esistano per perseguire valori più alti ed illuminati, nella fede e nel tentativo di combattere sì difficili battaglie, nel credere che un mondo migliore possa essere sempre possibile, sia a livello collettivo che nel singolo.
Nella speranza che risiede in una Costituzione per la quale, dietro ad ogni cosa, esiste una persona che non è mai persa per sempre.