La comunicazione nella politica. Nuove frontiere di una storia antica

Di Giorgio Alessandri

Qualche tempo fa, uscendo dalla bottega di un’artigiana, una sarta, mi sono ritrovato a fare una riflessione. A fronte della richiesta per l’accomodo che le ho chiesto di apportare alla mia giacca ho pensato che la cifra richiesta fosse un po’ troppo esosa. Almeno rispetto al lavoro richiesto, che mi sembrava apparentemente semplice. Dopo aver pagato, senza aver fatto alcuna rimostranza, ovviamente, ma con il pensiero che era concentrato su un’unica frase – “Non è un po’ caro?” -, sono uscito e tornato a casa. Nel tragitto in auto, poi, a quella domanda se n’è aggiunta un’altra: “Ma tu, lo sai fare?”. Quella riflessione ha cambiato completamente prospettiva, portandomi ad un’ulteriore domanda. “Se tu dovessi chiedere un compenso per il tuo lavoro, sapresti quantificarlo?”. Ecco, la questione è tutta qui. E mi spiego.

Partecipando al primo ciclo di lezioni, almeno quelle a cui ho potuto assistere, dell’Accademia Primo Levi ho ascoltato cose interessanti, alcune molto interessanti. Ma, occupandomi di questa tematica praticamente sin da quando ero ancora al liceo, non ho potuto fare a meno di notare come la comunicazione, la comunicazione politica in particolar modo, sia determinante per l’affermazione di questa piuttosto che di quell’altra parte politica.

Nell’era dei social media il pensiero dominante ritiene che sia internet, “il web”, a determinare la fortuna o il crollo di un partito o di  un movimento. I meme, le vignette, le pagine satiriche, tweet e post alimentano un dibattito che è alimentato da professionisti del settore, almeno per quanto riguarda i leader e i principali esponenti di forze di maggioranza e opposizione. Dei veri e propri flash che fanno presa, soprattutto, tra quel 28 per cento di analfabeti funzionali che in Italia frequentano la rete, e non solo (questo è quanto riportato nello studio del PIAAC, Programme for the International Assessment of Adult Competencies, un programma ideato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

Secondo il linguista Tullio de Mauro, oltre 10 anni fa e in tempi non sospetti, il fenomeno deriva sempre da radici sociali ed economiche, ma soprattutto politiche.  A far da contraltare a questo dato, infatti, ve n’è un altro: c’è un 72 per cento di cittadini che non solo si informa ma ha conoscenze e capacità per distinguere tra una fake news e un fatto di cronaca reale. È a loro che la politica deve rivolgersi per recuperare consenso e credibilità, attraverso campagne mirate che sappiano coniugare contenuti e appeal. Ovviamente tutto questo ha un costo, e ritengo che ancora siano troppo pochi coloro che puntano su buone campagne di comunicazione. Non è una spesa, a mio avviso, è un investimento sul futuro. Internet è uno strumento, non il fine di tutto. Anzi vi è un altro dato.  Nella relazione Agcom al Parlamento emerge come la televisione mantenga, ancora oggi, il primato come fonte informativa, sia in assoluto sia per frequenza di accesso. “Oggi come in passato – si legge nel rapporto – la tv non soltanto rappresenta il mezzo più diffuso in Italia, ma anche la porta privilegiata di accesso all’informazione. Si rileva, infatti, che continua ad essere il mezzo con maggiore rilevanza comunicativa, raggiungendo nel giorno medio il 91,3% della popolazione italiana, ed essendo utilizzata da oltre il 90% degli italiani per informarsi”.

Si può essere innovativi nella comunicazione quanto si vuole ma, purtroppo dico io, ci sarà sempre qualcuno che di fronte a un dato evento dirà “L’hanno detto in televisione”. Per bucare lo schermo, sia del pc sia del salotto di casa, occorrono costanza, regole, studio, analisi dei flussi, ma anche intuizione, creatività e fantasia. Qualità che devono poi essere catalizzate in un messaggio secco, fruibile, semplice ma incisivo. Il percorso comunicativo che ha portato le attuali forze di governo ad avere un consenso mai visto (o quasi) nell’era del bipolarismo è iniziato da lontano, in sordina, a volte incassando persino dei sorrisi ironici da parte dei tradizionali che oggi fanno i conti con una crisi senza precedenti.

Non è una questione di merito, lascio ad altri questa incombenza, ma di metodo. L’optimum sarebbe nel trovare il giusto mix tra campagne “tradizionali” e messaggi moderni, in grado di intercettare il consenso di chi oggi si è allontanato dal dibattito politico. Sono consapevole che è un processo lungo e, soprattutto, se fatto bene, costoso. A chi sceglie l’agone politico chiedo: “Quanto siete disposti a spendere per una buona campagna di comunicazione?”.  Perché un buon contenuto è inutile, o quasi, se non è diffuso nel modo migliore e più funzionale allo scopo finale. Un buon comunicatore è come un artigiano, come la sarta di cui sopra: è una persona che mette passione nel suo lavoro, lo svolge in maniera artigianale, sul campo, consumando i polpastrelli sulle tastiere del pc e spremendosi le meningi per trovare la formula migliore per trovare la chiave in grado di aprire i cuori e i cervelli delle persone. E va valorizzato. Prima lo capiscono quanti si ostinano ancora a immaginare una politica fai da te, prima si potrà aprire un confronto con quanti oggi dominano la scena politica nazionale.

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