Siamo un Paese razzista? Rispondiamo ad alcune domande

Di Marco Polvani

Da un po’ di tempo nel nostro Paese è tornato alla ribalta il dibattito, in vero non nuovo, sull’esistenza o meno di un fenomeno diffuso di intolleranza razziale nella società italiana. Alcuni episodi di aggressioni ad immigrati avvenute negli ultimi mesi, unite ad incaute dichiarazioni di esponenti del nuovo governo, hanno riportato la questione al centro dell’attenzione mediatica e, come spesso avviene questi casi, l’opinione pubblica si è divisa tra chi vede in atto una recrudescenza del fenomeno razzista in Italia e chi, al contrario, lo nega.

Non intendo prendere parte in questa discussione, né cercherò di dimostrare se esista o meno una recrudescenza dell’intolleranza razziale in Italia, (cosa che, per avere un minimo di serietà, richiederebbe un’analisi sociologica fatta con rigore, per la quale non ho le competenze né gli strumenti necessari). Cercherò di dare però un piccolo contributo per chiarire i termini della questione.

Di cosa si parla, quando si parla di razzismo nella società di oggi?

Il razzismo ai giorni nostri va definito con le stesse categorie del passato oppure ha connotati parzialmente diversi rispetto al fenomeno che abbiamo conosciuto, ad esempio, fino alla Seconda Guerra Mondiale?

Il razzismo oggi è un’ideologia o un semplice (ma non per questo meno grave) comportamento?

Rispondere a queste domande è preliminare a qualsiasi indagine sul fenomeno e da qui si deve partire per ogni ulteriore considerazione. Per provare a dare una parziale risposta a questi interrogativi partiamo dalle riflessioni svolte da Norberto Bobbio nei saggi “La natura del pregiudizio” e “Razzismo oggi” scritti ormai oltre venti anni fa ma ancora di indubbia attualità[1].

Razzismo: una possibile definizione.

La questione se esista o meno un sentimento razzista In Italia non è particolarmente nuova. Da quando anche il nostro Paese – con alcuni decenni di ritardo rispetto ad altre democrazie europee –  è diventato meta di ingenti flussi migratori, i fenomeni di intolleranza si sono susseguiti con una certa frequenza e con essi le ricerche e le riflessioni sull’entità del fenomeno. Di cosa si parla, tuttavia, quando si parla di razzismo nelle società democratiche contemporanee?

Norberto Bobbio nel saggio “Razzismo oggi”, in prima approssimazione definisce il razzismo come l’estremizzazione di un sentimento di diffidenza verso un gruppo più o meno esteso di persone percepite come estranee. La diffidenza verso chi è estraneo, è bene precisare, è un sentimento abbastanza naturale e non certo tale da ingenerare razzismo. Affinché si parli d’intolleranza razziale dunque, deve avvenire un’estremizzazione di questo sentimento attraverso tre stadi: la definizione di un gruppo di estranei attraverso il ricorso a pregiudizi; l’insorgere di comportamenti ostili; la richiesta di discriminazione.

Fase 1 – La generalizzazione basata su pregiudizi.

“Loro sono fatti così”; “Tutti – o almeno la maggioranza di loro -si comportano allo stesso modo”

Quando si parla di razzismo, è quasi superfluo dire, non ci si riferisce a un sentimento di avversione verso una singola persona, ma verso un gruppo (non necessariamente definito in termini etnici o razziali) o verso una persona in quanto appartenente a quel gruppo. Per l’insorgere di un sentimento razzista, dunque, per prima cosa deve esser identificata una categoria di persone cui attribuire certe caratteristiche negative tali da giustificarne il disprezzo. Questa identificazione, di solito, avviene attraverso il ricorso alla generalizzazione di alcuni comportamenti negativi ritenuti comuni se non a tutti i membri di quel gruppo, almeno alla sua maggioranza. La caratteristica principale di questa tipologia di generalizzazioni è di non basarsi su dati oggettivi e dimostrabili, ma su stereotipi e pregiudizi.

Per pregiudizio – sostiene Norberto Bobbio – s’intende “un’opinione od un complesso di opinioni (…) che viene accolta acriticamente e passivamente, in quanto l’accettiamo senza verificarla (…) e l’accettiamo con tanta forza che resiste ad ogni confutazione razionale” cioè ad ogni smentita fondata su un ragionamento. La resistenza del pregiudizio alla confutazione razionale dipende dal fatto che “il credere vera un’opinione falsa risponde ai miei desideri, sollecita le mie passioni, risponde ai miei interessi”[2]. Il pregiudizio, dunque, è un’opinione accettata acriticamente, perché conferma cose a cui si vuol credere a prescindere, indipendentemente dall’osservazione oggettiva della realtà. Alla base dei pregiudizi, in altri termini, ci sono interessi spiccioli o ragioni psicologiche indipendenti da riflessioni vere e proprie.

Ovviamente ciò non implica che un pregiudizio, per radicarsi, possa prescindere del tutto da dati reali, solo che li utilizza in modo artefatto. Chi nutre pregiudizi attua una specie di inversione del normale processo di pensiero: non crea le sue opinioni osservando la realtà per quella che è (come dovrebbe avvenire in ogni normale ragionamento), ma provvede a selezionare dalla realtà solo quegli elementi che confermano la sua idea di partenza. Così, ad esempio, il razzista presterà attenzione solo ai casi di “non integrazione” di alcuni gruppi di “estranei” su un territorio e non prenderà in alcuna considerazione i casi (magari numericamente maggiori) di pacifica convivenza. Quello che gli interessa è solo enfatizzare i fatti che confermano la sua idea di partenza, non riflettere sui ciò che la potrebbe smentire.

Nei casi peggiori, se il razzista non può rintracciare sufficienti spunti di realtà su cui ancorare i pregiudizi, provvede addirittura a inventarli o a dare fiducia incondizionata a qualcuno che li inventa per lui. Il fenomeno delle fake news, in questo senso, è esemplare ma non rappresenta nulla di nuovo: è niente altro che la pericolosa evoluzione dell’antica usanza di inventare leggende per fomentare l’intolleranza verso categorie di persone. Cos’altro erano, infatti, i falsissimi “Protocolli dei Savi di Sion” se non una fake news ante litteram creata per fomentare l’odio razziale verso gli ebrei?[3]

Fase 2 – I comportamenti ostili.

“Non ho nulla contro di loro, solo non li voglio qui”.

Affinché si parli di fenomeno razzista, tuttavia, non basta che intervenga una generalizzazione su base pregiudiziale, è necessario che dai “pensieri” ostili si passi ai “fatti”.

I comportamenti ostili, quando si parla di razzismo, possono essere molto differenti per tipologia, intensità e gravità. Seguendo le riflessioni di Bobbio possiamo farne una prima e parziale classificazione come segue:

Al gradino più basso sta il semplice “dileggio verbale” (chiamare ‘terroni’ i meridionali, ‘vu cumprà’ gli immigrati africani ecc.); su un gradino più alto sta “l’evitamento” cioè il non voler avere a che fare con loro, il tenere le distanze, il mostrare un certo fastidio difronte alla loro presenza ecc.; da queste fasi si passa poi all’aggressione verbale o fisica e in ultima istanza alla discriminazione[4].

La presenza su larga scala di questi atteggiamenti testimonia la presenza di intolleranza razziale in una società, ma non tutti possono essere ritenuti di eguale gravità. Di questi, infatti, solo gli ultimi due segnano un vero e proprio salto di qualità del razzismo e in particolare il fenomeno della discriminazione.

Fase 3 – La discriminazione.

“Non devono avere i nostri stessi diritti”.

Per discriminazione – secondo Bobbio – “s’intende una differenza ingiusta o illegittima (…) perchè va contro il principio fondamentale della giustizia (quella che i filosofi chiamano “regola di giustizia”) secondo cui debbono essere trattati in modo eguale coloro che sono eguali”. Si parla di discriminazione, quindi, quando “coloro che dovrebbero essere trattati in modo uguale in base a criteri comunemente accolti nei paesi civili, vengono invece trattati in modo diseguale”[5].

La discriminazione più comune è quella di prevedere limitazioni per determinate categorie di persone nell’accesso a specifici servizi anche se ritenuti universali dalla legislazione vigente, ad esempio alcune prestazioni sanitarie o il soccorso in mare. In questo caso la discriminazione avviene attraverso la richiesta di dare priorità ad alcuni gruppi rispetto ad altri o, nei casi più estremi, di negare del tutto l’accesso a quelle prestazioni per qualcuno. La discriminazione, in fin dei conti, è la richiesta di negare a certe persone il “diritto ad avere diritti”, cioè ad avere quei diritti che gli spetterebbero non in quanto cittadini di uno Stato, ma in quanto appartenenti al genere umano. Questi diritti sono generalmente codificati nei cosiddetti diritti umani, a loro volta recepiti in modo più o meno diverso nelle Costituzioni di tutti i paesi definibili come realmente democratici[6].

La richiesta di discriminazione è quindi l’ultima e più grave fase del manifestarsi di un sentimento razzista; quando si arriva a questo punto il razzismo può prendere due strade diverse: farsi ideologia o rimanere comportamento.

Razzismo o Razzialismo?

Il “razzismo come ideologia” è cosa ben diversa dal “razzismo come comportamento” di cui abbiamo parlato finora. Il filosofo Tzvetan Todorov, nel suo fondamentale saggio sull’argomento “Noi e gli altri”, li riteneva a tal punto diversi da chiamarli addirittura con nomi differenti: razzialismo il primo e razzismo il secondo[7]. Il “razzismo come ideologia” (o razzialismo) si può definire una vera e propria dottrina organica che prevede alcuni elementi essenziali come la divisione dell’umanità in razze diverse per caratteristiche biologiche e culturali invariabili; la divisione dell’umanità in razze superiori ed inferiori; il diritto delle razze superiori di dominare quelle inferiori.

Il “razzismo come ideologia” è a tal punto screditato per le conseguenze drammatiche che ha avuto nella storia recente che nessuno (o quasi) si definisce oggi apertamente razzista (da cui il famoso mantra: “non sono razzista, ma…” spesso recitato da chi ha comportamenti razzisti per evitare di esser apparentato a certe ideologie). Non lo stesso si può dire invece per il “razzismo come comportamento”. Distinguere il “razzismo come ideologia” (o razzialismo) dal “razzismo come comportamento” è fondamentale per capire l’entità del fenomeno nelle società di oggi ed è fondamentale anche per creare un dibattito più costruttivo sull’argomento. Coloro che negano il risorgere di un sentimento razzista nel nostro paese, infatti, sono destinati a non capirsi mai con chi afferma il contrario, per il semplice fatto che danno alla parola razzismo un significato diverso.

Conclusioni inconcludenti.

Ricapitolando: Perché si possa parlare della presenza di un sentimento razzista nelle società di oggi non importa che sia diffusa un’ideologia razzista, ma è sufficiente che in larga parte della società si affermino comportamenti razzisti basati su:

1- L’identificazione di una o più categorie di persone ai cui membri – o alla maggior parte di essi – siano attribuite pregiudizialmente (ovvero in base a giudizi che non reggono alla riprova della realtà su basi oggettive) caratteristiche negative.

2- L’attivazione di comportamenti ostili nei confronti di queste persone; comportamenti che possono andare dal semplice dileggio alle aggressioni fisiche o verbali.

3 – La richiesta di trattamenti discriminatori per determinati gruppi etnici o sociali, cioè la richiesta di negazione di diritti che pure spetterebbero loro in base a norme codificate o ai diritti umani.

Non mi esprimo, in questa sede, sulla presenza o meno di questi tre elementi nella società italiana di oggi, tanto meno sulla loro effettiva diffusione su larga scala. Ognuno, se vuole, lo valuti in base alla propria esperienza quotidiana osservata senza pregiudizi o, come sarebbe più auspicabile, in base alla lettura di serie indagini sociologiche sull’argomento.

__________________

[1] N.Bobbio, La natura del pregiudizio e Razzismo oggi, in N.Bobbio, Elogio della mitezza e altri scritti morali, il Saggiatore, Milano 2006, pp. 107-137

[2] ibid. p.107

[3] Per una rassegna di falsi storici a fini razzisti, tra cui i Protocolli dei Savi di Sion, suggerisco non tanto un saggio quanto il romanzo, basato su fatti reali, di Umberto Eco Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano 2010.

[4] N.Bobbio, Razzismo oggi, cit. p.129

[5] ibid.

[6] Sul diritto ad avere diritti si veda: S.Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Bari-Roma 2013; H.Arendt, Le origini del totalitarismo, Ed.di Comunità, Milano 1996; S. Benhabib, I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, Raffaele Cortina Editore 2006. Per il recepimento dei diritti umani nelle democrazie contemporanee si veda il fondamentale G.Sartori, Democrazia e definizioni, Il Mulino, Bologna 1958.

[7] T.Todorov, Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi, Torino 1991.

Associazione Accademia Primo Levi, Piazza Vittorio Veneto, 33
67032, Pescasseroli (AQ)
CF: 90051360668