Una legge sulle lobby non è più rinviabile

Di Matteo Corti

Quando sempre più spesso si sente parlare di lobby, la maggior parte delle volte la nostra mente, in maniera più o meno inconscia, corre velocemente a qualcosa di torbido, a interessi immorali o ad inchieste giudiziarie. Indaghiamo cos’è realmente il lobbying e qual è lo stato della regolamentazione di tale fenomeno in Italia rispetto ad altri paesi industrializzati.

ll «lobbying» è uno strumento di rappresentanza politico/istituzionale mediante il quale gruppi, organizzazioni ed individui, legati tra loro da interessi comuni, provano ad incidere, legittimamente, sulle istituzioni, al fine di condizionarne le decisioni a proprio vantaggio. I “gruppi di interesse” (o di pressione, a seconda della fase in cui operano), così come viene definito il fenomeno in Italia, rappresentano oggi una parte fondamentale della dialettica politica. Tuttavia il lobbismo, pur essendo generalmente considerato un aspetto importante nell’ambito del procedimento parlamentare, non risulta ad oggi, nel nostro ordinamento giuridico, regolamentato da una normativa giuridica chiara ed univoca. Fattori sia di natura politica (interesse della politica all’assenza di qualsivoglia vincolo legislativo) e culturali (interpretazione del lobbying quale espressione di attività corruttive e contrarie all’interesse generale) hanno impedito che sull’argomento si intervenisse in maniera definita e precisa.

Situazione opposta rispetto a quanto accade ad esempio nel Stati Uniti, dove il lobbying nasce come diretta conseguenza del primo emendamento all’art. 1 della Costituzione Americana che tutela la libertà di espressione e vieta al Parlamento di limitare in via legislativa il diritto dei cittadini di poter influenzare il Governo: in altri termini il lobbying negli Stati Uniti, trovando il proprio fondamento nell’ampio “genus” della libertà di espressione, diventa uno strumento costituzionalmente protetto e riconosciuto. Alla normativa di rango primario, si aggiunge poi l’ampia regolamentazione operata da norme di rango secondario, come il Lobbying Disclosure Act, finalizzato a dettare una disciplina più dettagliata e trasparente del fenomeno.

Insomma la precisa regolamentazione del Lobbying negli Stati Uniti, si scontra, in Italia, con la pressoché assenza di una legislazione unitaria in materia: ragioni storiche, politiche e culturali, prevalentemente legate per lungo tempo alla convinzione che i partiti politici dovessero essere l’unico luogo nel quale si potessero discutere e rappresentare gli interessi dei cittadini, hanno fortemente rallentato il processo di regolamentazione del fenomeno del lobbying.

Ciò non vuol dire che dei tentativi non siano stati fatti: dal 1954 ad oggi sono state avanzate oltre 50 proposte di disciplina, ultima delle quali quella presentata nel 2013 dal Presidente del Consiglio Enrico Letta, mai concretizzatasi realmente, pare per mancanza di consenso all’interno dello stesso Governo.

In assenza tuttavia di una legge quadro, alcune istituzioni di rilievo nazionale, hanno cercato di arginare, di loro iniziativa, l’assenza di qualsivoglia principio cardine in materia, adottando una regolamentazione interna: faccio riferimento in primis all’istituzione di un Registro dei portatori d’interesse presso il Ministero dello Sviluppo Economico e il Regolamento dell’attività di rappresentanza di interessi approvato dalla Camera dei Deputati ed entrato ufficialmente in vigore il 10 marzo 2017.A ciò si aggiunga la normativa adottata a livello locale da alcune regioni: Toscana, Molise, Abruzzo, Calabria e Lombardia, hanno legiferato in materia di lobbying e rappresentanza degli interessi, dando vita a dei registri pubblici regionali.

Tuttavia al di là di queste sporadiche iniziative, sorte a macchia di leopardo, il tema di una regolamentazione statale del fenomeno del lobbying è ancora in divenire, ma sempre più di stringente attualità, soprattutto alla luce delle recente legge n. 13 del 2014 che a partire dal 2017 ha abolito il finanziamento pubblico dei partiti, introducendo contemporaneamente un meccanismo di finanziamento basato su elargizioni private, sotto forma di erogazione del 2 per mille Irpef e di erogazioni liberali, che addirittura sotto la soglia dei 5.000 euro non sono sottoposte ad alcun obbligo di pubblicità.

Appare evidente tuttavia, che l’aleatorietà del gettito Irpef appena citato rispetto agli enormi costi da sostenere, nel lungo periodo potrà costringere la politica, nelle sue strutturazioni locali e nazionali, ad assumere un atteggiamento di maggiore accondiscendenza, se non addirittura dipendenza, rispetto alle libere erogazioni effettuate da organizzazioni di vario genere.

Insomma, per tirare le fila, il castello di carta nella situazione attuale non sta più in piedi e appare evidente come, al di là di tante dichiarazioni spesso più viscerali che razionali, non sia più rimandabile un intervento legislativo definitivo. Occorre regolarizzare la posizione dell’Italia sull’argomento, avvicinandola ai 23 paesi industrializzati dotati di leggi che regolamentano in modo organico il fenomeno lobbistico, anche e soprattutto legittimare un’attività professionale come tante altre.

Sarebbe quindi ora che si rompesse il muro dell’ipocrisia e si superasse quel provincialismo cultural-demagogico che tende a confinare i lobbisti in un non meglio precisato girone dantesco, perché un’attività di rappresentanza degli interessi, regolamentata e svolta alla luce del sole, aumenterebbe le possibilità di una sana partecipazione alla vita politica e migliorerebbe la qualità della nostra democrazia.

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