I soldi non fanno la felicità

Di Valentina Di Nardo

Che la felicità sia tornata tra gli interessi degli economisti è ormai un fatto. Si susseguono pubblicazioni,
convegni, dibattiti anche su quotidiani e riviste non specialistiche che mostrano quanto il rapporto tra la vita
economica e la felicità stia uscendo dagli ambienti accademici per entrare nel vivo della scena.
Certi che la definizione marcusiana di “società dei consumi” è ormai antica, tanto da lasciarci intendere che il
sistema è più che maturo e probabilmente invecchiato al punto di mostrare le prime crepe, ampiamente
accertato, dalle analisi sociologiche come dalla vox populi, che la povertà rende infelici e lasciato alle
retroguardie moraliste il piacere di tuonare contro il benessere materiale, il dibattito sulla ricchezza e sul suo
rapporto sulla felicità non è più così elitario o “di opposizione”. Questa è la novità. Non sono più i vecchi hippies
o i giovani new global a puntare il dito contro la contrapposizione tra benessere materiale e felicità, è lo
sguardo relazionale degli economisti, adesso, che cerca faticosamente i nessi tra Pil e la soddisfazione sociale,
tra il trend quantitativo dei consumi e la qualità della vita individuale.

Questo ritorno della felicità in economia è dovuto all’emergere di un fatto nuovo e per certi versi paradossale.
Anche gli economisti hanno sempre saputo che la ricchezza non fa di per sé la felicità. L’ipotesi che, comunque,
sottostava alle loro analisi era che l’aumento di ricchezza o del benessere economico, anche se non sempre
portava ad un “proporzionale” aumento di felicità, non portasse comunque ad una diminuzione. Le recenti
indagini economiche, invece, si concentrano molto sul cosiddetto “paradosso della felicità” la quale, anziché
aumentare insieme al reddito, resta costante o cresce in modo incerto oppure diminuisce, tant’è che nei Paesi
ricchi sono maggiormente diffusi fenomeni riguardanti malattie mentali, suicidi, alcolismo, aumento del
consumo di droghe, ecc. Tutti indicatori che convergono nel segnalare un trend deludente del benessere.
Certo facciamo fatica a comprendere l’evidenza del paradosso di un maggior reddito associato a minor felicità.
Numerose sono le teorie cui si fa riferimento. Basti citare quella del pioniere Easterlin che già nel 1974,
affermava che, poiché ciascuno valuta se stesso in paragone con gli altri, un aumento del reddito (e dei
consumi) non può produrre un proporzionale aumento della soddisfazione e del benessere. Al contrario: più
abbiamo più (confrontandoci) desideriamo, e meno felici siamo.

Alla domanda: “I soldi danno la felicità?”, la risposta è un sovversivo: “si… ma”. Sì, ma non proporzionalmente,
anzi, come spiega Luigino Bruni dell’Università di Milano-Bicocca: “avere più reddito sembra rendere le
persone più infelici”. Sì, ma non prevedibilmente perché, ad integrare con variabili non economiche, interviene
il premio Nobel Amartya Sen mettendo in gioco fattori come lo status lavorativo, la libertà, l’uguaglianza, la
vita associativa, i rapporti interpersonali. Ovvero altri beni, non quelli di consumo, ma quelli relazionali.
Urge, insomma, secondo il Nobel, una politica economica che faccia crescere il “Pil di felicità” ovvero Fil:
Felicità interna lorda, oltre alla produzione, “…con politiche serie a sostegno della famiglia che è la principale
produttrice di beni relazionali, con servizi pubblici adeguati ed efficaci ecc.”.

In tre conferenze sulla felicità, alla London School of Economics, l’economista Richard Layard, membro del
gruppo parlamentare britannico sulla “Weillbeing Economics”, ha scardinato i principi fondamentali della sua
stessa disciplina, sostenendo che lo scopo primario delle politiche pubbliche deve essere la ricerca della
felicità, che la felicità individuale è misurabile e che entrano in gioco fattori non quantitativi come la sicurezza,
la stabilità, la piena occupazione, un servizio sanitario efficiente, sereni rapporti interpersonali e ancora,
secondo il Nobel Amartya Sen, non solo il Pil ed il reddito spiegano chi sta meglio e peggio nel mondo ma
anche altri indicatori; entrano in gioco fattori come lo status lavorativo, la libertà, l’uguaglianza, la vita
associativa, i rapporti interpersonali e, perché no una migliore attività sessuale che vale, secondo l’economista
Sen, 50 mila dollari in più.

Da ciò deriva che la perdita della felicità nelle economie avanzate sia legata alla diminuzione di rapporti
interpersonali genuini sulla base della semplice considerazione che molti ed i più importanti, piaceri della vita
non hanno prezzo, non sono in vendita e non passano attraverso il mercato.

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